Prima tappa: Roma – Verona – Bologna

“Eo che quel zaino pien de nient? Cosa te fa? Te parti? Da solo?”.
“Sì”.
“E par dove?”.
“Grecia”.
“E parché?”.
Alla mia esitazione, il vecchio Beppo mi guardò e, con fare da saggio, diede lui la risposta per me.
“Se parte sol che par do motivi: o te scapi da qualcosa o te tzerchi qualcosa”, detto questo ingollò il suo primo bicchiere di prosecco della giornata, nove e qualcosa della mattina, e mi augurò buon viaggio.
Avevo vent’anni, il primo anno di università alle spalle e un’estate da barista in una delle tante spiagge stanche della riviera veneta, per raggranellare un po’ di soldi. Mi ero completamente dimenticato in questo tempo di Beppo e di quel suo discorso, nonostante lo veda sempre quando torno a casa #1, nonostante lui non sia cambiato per niente nonostante i sette anni trascorsi: seduto al bar, bicchiere in mano e Gazzetta dello Sport il mattino, Corriere e Gazzettino il pomeriggio. Mi è venuto in mente adesso che sto partendo di nuovo. L’altra volta c’ha avuto ragione: partivo per scappare, forse, perché mi sentivo di perdermi e stare lontano da impegni, scadenze, ecc.; ora non so perché sto partendo, ma sono abbastanza sicuro che me lo dirà il tempo. Quello che so è che c’è un Giro d’Italia da vedere da vicino.
Questo progetto è partito all’improvviso, in un paio d’ore di una mattina di un giorno di maggio. Tre tappe se ne sono già andate, ma erano su al nord, nella piana danese, è successo poco o nulla, quindi poco male. Ieri il carrozzone è rientrato in Italia, ha riposato per riprendersi dal lungo trasferimento e oggi è ripartito, da Verona e proprio da Verona parte la mia rincorsa al Giro.
Parto da Roma, perché lì mi trovavo, tappa a Bologna e su verso Verona. Non appena scendo dal treno una vampata di caldo mi investe, il sole è lieve e non batte troppo, ma l’afa è già presente e probabilmente aumenterà nel pomeriggio. Un vecchietto vede il mio disappunto per le condizioni climatiche e mi fa “e nel pomeriggio non migliorerà, non c’è ancora accenno del vento del Garda, ti tocca soffrire”.
Lo ringrazio, mi metto l’animo in pace e inizio a cercare piazza Arsenale per ritirare l’accredito. Trovare la persona che si è presa a cuore della mia pratica accreditizia è un trip. Vago su e giù per lo stanzone dove il Giro si è accampato, vedo facce sconosciute, tutte con un tesserino rosa al collo sul quale è impossibile leggere il nome. Alla fine

lo trovo e con lui anche il mio pass. La prima problematica è trovare una connessione, quella che offre l’organizzazione è fuori mercato e inizio a vagare per le strade di Verona alla ricerca di un negozio di telefonia per una chiavetta internet. Il sole adesso è velato da una cappa di umidità. Le strade del centro sono pulite e ordinate, molto ordinate, troppo ordinate se si pensa che in città c’è il Giro e sino a poche ore fa camminavo per Roma. Nell’atmosfera c’è un non so che di particolare, di elettrico e di lento allo stesso tempo. La gente gira calma guardandosi attorno, godendosi questo giorno di inaspettata vacanza. Chi lavora invece accelera il passo, schiva i passanti distratti, borbotta e impreca contro i disagi. Le vetrine dei negozi sono tirate a lucido, in qualcuna di esse è esposta una bicicletta, in quasi tutte c’è un qualcosa di rosa. Verona è una donna di una certa età elegante e curata, piena di lustrini e abiti di costoso buon gusto, che sorseggia pregiati tè cinesi in locali alla moda. Un bambino cammina a mano della madre continuando a toccarsi un improbabile papillon sul collo della sua camicetta bianca e blu. Sbuffa, mi guarda, sorride e se ne va. Due suoi forse coetanei si rincorrono nell’area pedonale, rischiano di finire a terra un paio di volte, la madre li guarda distrattamente mentre con fare materno prende in braccio il cane e lo ricopre di attenzioni. Nella zona di arrivo la solita frenesia tipica di una corsa, strade bloccate, transenne a delimitare il percorso, un via vai di giornalisti, organizzatori, fotografi, addetti a qualsiasi cosa e gente curiosa, poi le solite bancarelle che per 10 euro ti offrono ricordi standardizzati per non dimenticare mai questa esperienza.
Camminare mi mette fame e inizio a cercare un posto normale per pranzare. Non lo trovo. Le strade mi offrono solo posti che odorano di menù turistici, le pizzerie sono piene così come i baretti stile antico che in tutto il Veneto sono apprezzatissimi, perché illudono il cliente di ritrovare il tempo di una volta e i vecchi sapori, e tradizione e vecchie cose sono importanti per la gente di queste zone, tanto che se ne sono crata una tutta loro e tutta nuova per dimostrare che loro sì davvero ce l’hanno duro. Trovato il mio accesso alla rete ritorno verso Castelvecchio, tantao la corsa non è ancora iniziata e ho ancora abbastanza tempo per mangiare e distendermi da qualche parte all’ombra a respirare un po’. Un alimentare vende salame veronese e salsa d’olive del Garda. Il lungadige dona il fresco dello scorrere dell’acqua, ci sono alberi, ci sono panchine. Il problema è che tutte hanno un divisorio in ferro nel mezzo, trovata veneta antibarboni, che non sia mai che la loro presenza possa rovinare il rispettabile decoro delle città. Iniziò Treviso, poi la mania si estese prima a macchia di leopardo, poi a macchia d’olio.
Un signore sulla quarantina si siede dirimpetto a me. Mangia un frutto e guarda oltre al muretto di protezione il fiume scorrere. Poi attacca a parlare. Mi chiede com’è il Giro, chi lo vince. Dico Basso, ma ammetto che non è detto. Mi chiede di Cunego. Gli rispondo che può far bene. Si chiama Mohil, viene dalla Nigeria, è qua a Verona da otto anni, entrato regolare con i flussi. Ha una moglie, italiana maestra elementare, e due figli. Ha 37 anni, è laureato in ingegneria chimica, lavorava come tecnico di laboratorio in un’azienda. Poi questa chiude e lui resta a piedi, viene fermato dalla polizia, si fa dentro quindici giorni ed esce con un foglio di via. Sei fuori, tornatene al tuo paese che qui non c’è più posto per te, non hai più diritto a restare qui. Il rumore dell’elicottero mi avvisa che la cronosquadre è iniziata. Come lui ci sono almeno una cinquantina di persone. Gente regolare, diventata irregolare da un giorno all’altro a causa della crisi. Delinquenti senza fatto niente per esserlo. La legge è questa e niente si può fare. Mohil e un altro centinaio di persone hanno inviato una lettera all’ex ministro Maroni, ma non hanno ricevuto risposta. Ne hanno inviata un’altra alla neo ministro Cancellieri, ma non hanno ricevuto risposta. Stanno cercando, con l’aiuto di qualche associazione, di fare sentire la loro voce, ma i megafoni non bastano e la cassa di risonanza giusta non riceve i loro suoni e i loro rumori. Per Mohil andarsene da Verona significherebbe lasciare tutto, moglie, figli, casa, amici. Significherebbe ritornare in un posto che non lo vuole perché le faide politiche sono cose vere e sanguinarie, lui giù si era esposto e la memoria dell’odio non dimentica facilmente.

Potrebbe andarsene in Francia dal fratello, ma la moglie è stata appena regolarizzata e lasciare adesso significherebbe mandare in malora tutto.
Mohil si alza mi saluta e se ne va. Torno al Giro.

Per la strada passano i Lampre, Cunego sembra imbronciato, Scarponi è teso, stanco, ma scherza. Mi scivolano accanto e si perdono per la strada. All’arrivo la gente è impazzita, urla, strepita e guarda contenta e interessata cosa succede. Nel frattempo ricevo l’investitura di inviato ufficiale del movimento Salvaiciclisti, che è grande onore e responsabilità di far conoscere a più gente possibile cosa questo è e cosa questo chiede e per cosa si batte. In una parola chiede rispetto. Rispetto per la libera scelta di utilizzare la bici in città senza dover continuamente rischiare di cadere e lasciare sull’asfalto pezzi di pelle o, troppe volte la vita.
I corridori continuano a sfilare squadra per squadra e ormai si avvicina la partenza delle ultime formazioni. La gara scorre e in sala stampa la situazione è ancora tranquilla. Tutti attendono cosa farà la maglia rosa Taylor Phinney. Alla gente sembra piacere questo americano che parla dialetto veneto e va come un treno a cronometro. Forse perché è un po’ sfortunato e in questi tre giorni danesi gliene sono capitate di continuo. Incontro Franco Soncini, fotografo sportivo da una vita e appassionatissimo di ciclismo. Gli spiego cosa ci faccio lì e mi guarda con un’espressione tra lo stupito e il divertito. Mi dice che “con un bicchiere d’acqua si può comprare il mondo”, sta a me dimostrare che è vero. Parliamo un altro po’ del più e del meno. Mi saluta e se ne va dopo avermi fatto un in bocca al lupo e avermi presentato un fotografo che può aiutarmi a trovare foto per il libro che nascerà da questo blog.
L’articolo si scrive da sé (lo potete trovare qui: http://rivistasportiva.com/altrisport/ciclismo/item/1285-giro-4-a-tappa-lla-garmin-la-cronosquadre-navardauskas-si-veste-di-rosa), due signori brianzoli mi chiedono informazioni sulla tappa e si interessano a quello che sto combinando e mi presentano Giorgio Albani, per dieci anni professionista, 7 tappe vinte al Giro e un’altra dozzina entro i confini italiani, poi direttore sportivo di Merckx e Saronni. E’ una persona timida e riservata, mi dice di metterci passione in questa esperienza e si defila. Nel frattempo le lancette continuano a scorrere e mi trovo ad affrontare il primo grosso problema: gli orari dei regionali delle Fs sono uno scolapasta pieno di buchi temporali evitabili soltanto facendo un percorso ad ostacoli tra coincidenze e lunghe attese ai binari. Me ne accorgo, complimenti per la furbizia e l’organizzazione, solo ora a poco meno di mezzora dalla partenza dell’unico treno per Bologna che non sia una Freccia prima della sera tarda. Cerco di fare il Bolt e accelerare passo cercando magari un autobus che mi agevoli il cammino. Riesco a saltare al volo su uno di questi: la gente si lamenta per i 4 minuti di ritardo e sembra molto scocciata. Io benedico questo ritardo e mi stupisco perché in quasi quattro anni nella capitale non mi è mai capitato di salire su un bus in orario, anche perché gli orari non sono esposti e tutta l’Atac campa un po’ a tirare avanti. Il treno lo rincorro e lo prendo un secondo prima che le porte si chiudano. È moderatamente pulito e moderatamente silenzioso. Fuori scorre un mare verde di campi e cielo azzurro smog, case disperse e aree industriali, montagne sullo sfondo e qualche faggeto a interrompere la monotonia dei luoghi.
A Bologna trovo una città moderatamente silenziosa, moderatamente ordinata , moderatamente vissuta. Moderata. Palazzoni rossi e strade grosse, poi vicoletti, portici e Cecco, amico del paese in trasferta di studio e di vita. Trovo una doccia che mi ristora e un letto dove dormire. Qualche Moretti per passare la serata tra racconti, aneddoti e sparlate bonarie su amici comuni. Domani Fano e un’altra tappa. Inizio a scendere verso il sud, piano piano, gradualmente.

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