Seconda tappa: Bologna – Fano – Ancona

Lascio Bologna nella tarda mattinata. Lascio una città che si è svegliata da un pezzo ma che fatica ancora a rendersi conto che il giorno è iniziato. In tutte le edicole la faccia del Cev, la sua faccia semplice. Bologna è una città sinceramente commossa. Al bar della stazione un uomo sulla settantina parla con un suo coetaneo. “Poveraccio. Era un brav’uomo. Uno di quelli onesti”. L’altro annuisce. “Era uno della curva”, dice sorridendo tristemente un signore incravattato sui cinquanta. I due vecchietti fanno cenno di approvazione con la testa. Parlano ancora di Maurizio Cevenini, del suo tuffo senza ritorno giù dal Palazzo della Regione. “La depressione brutta bestia”, dice il più giovane dei tre con un forte accento bolognese. I tre si guardano e si allontanano ognuno per la sua strada.
Treno puntuale. Treno colmo di gente. Trovo un posto per caso, mentre un ragazzo sulla ventina che mi viene incontro lungo il corridoio, constatato di essere almeno un paio di metri più indietro di me e di aver perso la possibilità di sedersi, prova ad allungare il passo con fare trasognato e inizia a maledirmi e a inveire con sguardi biechi contro di me. Viaggio in piedi, caro. Tocca a te questa volta. Mi siedo e guardo fuori dal finestrino la pianura da una parte e l’appennino che si alza stanco e vecchio, tra boschi e case sparse lungo i pendii. Da una parte la via Emilia, le storie di campagne e di città, di commerci e di cultura emiliana, di un’America dipinta in salsa italiana e di storie fluviali, dall’altra la montagna e le sue storie partigiane, di amore e di resistenza, di vita montanara e leggende boschive. L’Emilia patria di canzoni e dischi consumati nel corso degli anni. Gli stradoni e i vicoli di Bologna gli ho lasciati alle spalle e ora si accavallano campi coltivati, frutteti e lungo i declivi i vigneti di Lambrusco e Sangiovese, base alcolica di racconti.
Paesini tutti uguali scorrono al di là dal finestrino che incanala i raggi bollenti del sole e rende tropicale l’aria all’interno del vagone che piano piano, stazione dopo stazione, inizia a svuotarsi e dare la possibilità ai pendolari di sedersi. Una donna magra e dalla pelle consunta dal tempo scuote la testa e impreca contro il cellulare che ha smesso di prendere nel bel mezzo di una telefonata che ha interessato tutto lo scomparto.
Castel San Pietro scompare dai finestrini e scorre sotto le rotaie anche il Silaro: inizia la Romagna, inizia una terra strana di rosso amore politico, ciclismo e motociclismo, terra a me cara per mille ragioni, terra di chi mi sopporta, terra di Marco Pantani e Marco Simoncelli, sportivi che ho amato. Il panorama è lo stesso di prima e niente sembra cambiato dall’Emilia, ma quello è pur sempre un confine e in un paese come il nostro diviso da sempre in ardori campanilistici buoni solo a creare storie e battute sarcastiche sui ‘nemici’ della porta accanto, ha un valore enorme che segna una differenza abissale tra due culture simili, quasi identiche. Il mio vicino di posto mi guarda, sorride ed esclama: “sono a casa”. Lo guardo e gli chiedo se è di Cesena. Lui mi risponde di no, “sono di Rimini, Rimini centro” sottolinea entusiasta. Arriviamo a Forlì. Mi riguarda e sempre con il solito sorriso mi fa “quasi a casa, Furlè non è proprio Romagna. Son forlivesi. Ti piace il motociclismo?”, accenno un sì con la testa e lui continua “bene, tra un po’ inizia la terra del motociclismo, qua è la California. Comunque terresti mai per Dovizioso?”.
“È bravo, ma ne preferisco altri”.
“È logico e sai perché? Perché è forlivese. Nessuno tiene per un forlivese se non è un forlivese”.
Capisco. Capisco che c’è un grosso buco tra la riviera e l’entroterra, o meglio tra la riviera e Forlì. Pensavo fosse una prerogativa di Ravenna, ma noto che questo è un sentimento diffuso, interno a tutta quest’area. Il tizio parla della sua adolescenza tra partite di calcio finite a cazzotti con quelli di Bertinoro, di Faenza e di Forlì e delle tedesche estive trovate come conchiglie sul bagnasciuga, poi il mare appare all’orizzonte, lui si alza e inspira a pieni polmoni quello che secondo lui è odore di casa. È contento come un bambino di vedere le sue terre
“Da quanto manchi da casa?”, gli chiedo.
“Da tre giorni, ma ero all’estero, ero in Emilia”. Mi saluta e se ne va.
Il mare dorme solitario alla mia destra, mosso solamente da una lieve brezza, fermo nel suo bluastro-verdastro, intrappolato tra spiagge giallastre e piattaforme che si intravedono appena all’orizzonte. “A Rimini non puoi andare al mare, a Rimini si può solo andare a Rimini”, mi disse anni e anni fa un tizio con cui studiai un po’ a Trieste. Non aveva poi torto.
Passano Riccione, Misano, Cattolica e già sono Marche. Un altro confine, un’altra storia che si ripete, uguale e precisa a quella di prima, un altro campanilismo che persevera e resiste, che genera storie e miti, leggende e particolari di un tempo ormai estinto, ma che mantengono intatta la stessa potenza e la stessa efficacia narrativa. Sono detti e locuzioni che risalgono alla notte dei tempi, a tempi remoti che sono giunti a noi solamente tramite qualche edificio ben conservatosi e in qualche atteggiamento socioculturale. Fano dista da Rimini solo una cinquantina di chilometri, ma è un altro mondo, perché sebbene parte dell’entroterra si senta culturalmente romagnolo, i romagnoli sentono un po’ meno come Romagna questi posti. “L’è mei un mort ad chesa che un marchigien sla porta” (è meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta), racconta un passato nel quale la Romagna, sotto lo Stato Pontificio, guardava di sospetto la gente delle Marche, spesso arruolata come esattori delle imposte. In realtà il detto secondo i filologi nasce a Roma, ma ha preso subito piede in terra romagnola, sino a divenire parte integrante dei modi di dire locali. Allo stesso modo nelle campagne forlivesi si è soliti dire “è di manica larga come un marchigiano” per identificare una persona pignola e intransigente e, in seguito, il significato si è allargato andando a comprendere anche quello di tirchio. Tutto ciò ancora una volta legato ai compiti esattoriali delle popolazione.
Indipendentemente da questi proverbi, scendo in terra Fanese e nessuno mi chiede questua o gabella. Il quartier tappa è in una scuola e fuori la pro loco ha istituito un banchetto per i giornalisti. Piatti tipici della tradizione, pasta con le vongole e sarde impanate e cucinate alla brace. Vino bianco, Bianchello del Metauro, tanto per gradire. La tappa è partita da un po’ e gli atleti percorrono lo stesso percorso che io ho visto attraverso i finestrini del treno. L’arrivo è previsto attorno alle 17, tanta pianura, finale mosso, sarà sprint quasi sicuramente. La diretta inizia e vicino a me passa Philippe Brunel, giornalista dell’Equipe, uno bravo, bravo davvero. Gli faccio i complimenti per il libro su Marco Pantani, lui mi guarda, sembra imbarazzato, mi saluta e ringrazia. Marco Pantani per me è stato una sorta di Dio. Lui mi ha insegnato ad amare il ciclismo. Era il 1994, ero a casa e accesi svogliato la tv. A caso finii a guardare questi ragazzi che andavano per montagne su di una bicicletta, tra loro un ragazzino con pochi capelli e la poesia sui pedali. Prese e partì, non lo videro più se non dopo l’arrivo. Al tempo non ci capivo molto, ma mi resi conto che aveva appena fatto qualcosa di grande. Era la tappa di Merano, lui si gettò giù dal Passo Giovo a mille dopo aver staccato gli avversari in salita. In discesa era disteso con il sellino sotto la pancia. Volava. Il giorno dopo riaccesi la televisione e quel ragazzo scattò sul Mortirolo, che era strada ripida come non avevo mai visto. Nessuno riuscì a stargli dietro, neppure Indurain che era già Miguel Indurain, anche se io ancora non sapevo chi fosse. Vinse all’Aprica. A Milano fu secondo, dietro il russo Berzin e davanti al Navarro. Fu amore, amore per quello scalatore e per quello sport.
La tappa continua, il gruppo si avvicina a Fano e la confusione aumenta in paese. La gente è eccitata e conta i minuti che mancano all’arrivo. La volata è un assolo di Cavendish, un colpo di cannone che nessuno può fermare. Goss, secondo, e Bennati, terzo, guardano da lontano il campione del mondo trionfare a braccia alzate.
Fano è una paese di storia e di pesca, un’accozzaglia ben riuscita di stili architettonici diversi dove si possono trovare resti romani, chiese romaniche, palazzi rinascimentali e altri razionalisti-fascisti. Un insieme ordinato e piacevole. È stata distrutta più volte, più volte ricostruita, è famosa per il carnevale (il più vecchio d’Italia), forse terapia naturale per sopportare invasioni e conquiste varie, ha un mare pulito e pesce buono.
Il resoconto della tappa è pronto (lo trovate qui: http://rivistasportiva.com/altrisport/ciclismo/item/1288-giro-5-a-tappa-cavendish-imperatore-a-fano-italia-da-podio), saluto Marco Pastonesi, ovvero la persona a cui devo gran parte della mia presenza in Carovana. Incontro anche Guido Foddis, cantautore e “giornalista” enogastronomico, uno che segue il Giro andando a mangiare e a pernottare a casa di chi lo ospita alla ricerca della cucina popolare. Grande idea. Gran dritto.
Poi il treno richiama e il viaggio riparte verso Ancona. Tratta veloce, breve. In stazione, un edificio elegante intriso di stile fascista, mi viene a prendere un vecchio partigiano, Felice. Contraddizioni dell’esistenza. La macchina la guida Arnaldo, un giovinotto di ottant’anni, alto come un faro di porto e magro come un fuscello.
Felice non è solo il suo nome, ma la descrizione di un uomo. Classe 1920, 92 anni di storia italiana vissuta sulla pelle, un faccia rilassata invasa attorno agli occhi e sul mento dalle rughe. È esile, ancora atletico, “ma il tempo è sempre di più e gli anni pesano più del tuo zaino”. Gli credo sulla parola nonostante l’apparenza mi inganni e mi faccia vedere un uomo anziano ancora nel pieno della vita. La macchina ci porta fuori Ancona, verso il mare, in una bettola da camionisti con tavoli sgarrupati di legno massiccio. “Il miglior pesce di Ancona lo mangi qua, perché qua spendono per il pesce non per le cavolate”. C’ha ragione Felice.
“Guarda là fuori, quello è il Conero, un labirinto di sentieri e grotte buone per imboscate. Iniziammo lì io e il mio gruppo, poi ci spostammo e raggiungemmo l’Emilia perché queste zone erano diventate per noi troppo pericolose. Entrai nella ‘Mario Jacca’ (66° Brigata Garibaldi), perché in quella c’avevo un amico, un comunista da sempre come me. Noi si leggeva, ‘L’Unità’, mica ‘L’Avanti’. Stare lassù in montagna era difficile, qui sul Conero si stava meglio, il mare mitigava e gli attacchi erano meno forti. Là invece c’era l’azione vera”.
Felice mangia piano, gustandosi sino all’ultimo morso il suo calamaro. Poi beve un bicchiere d’acqua, ma “solo perché il vino me lo ha proibito il dottore, quel cane”. Poi guarda Arnaldo, che sorride. Lo indica “con lui siamo amici da quasi una vita. Faceva staffetta a portar provviste, in bici era un fulmine, poi decise di metter su famiglia e si è rimbecillito. Poteva diventare un campione”. Arnaldo sorride, arrossisce e manda a cagare l’amico. “Felice esagera, mi difendevo bene, ho anche vinto una decina di corse, ma erano corse di paese, vincevo salami”.
Felice continua il racconto descrivendo gli avvenimenti del ’44 e del ’45 come fossero successi ieri, perché “quando vivi e vedi quelle cose, quelle cose non ti andranno mai via dalla testa”. Parla di amici persi, di amori consumati in fretta e furia in fienili abbandonati, “con il fucile in mano che non si sa mai che arrivino i tedeschi infami”. Storia d’Italia e di resistenza. “Te sei giovane e non sai, l’hai studiato nei libri, magare c’hai anche parlato con qualcuno che ste cose le ha vissute, ma lascia stare, devi capire che non sai”. Annuisco e gli chiedo spiegazioni. “Devi capire che quello che è stato scritto è una grande balla. Qualcuno diceva che noi eravamo i buoni e loro, i repubblichini e i tedeschi, i cattivi. Poi è arrivato quell’idiota di Pansa e allora i cattivi siamo diventati noi e gli altri quasi innocenti. In realtà noi non eravamo né buoni né cattivi, di boiate ne abbiamo fatte pure noi, ma era guerra, e la guerra è una brutta cosa; te sei giovane fai tanto all’amore e lascia stare la guerra. Noi non eravamo i buoni e loro erano gente come noi, ma noi combattevamo per una cosa buona, per la liberazione, per la democrazia, per il comunismo anche, perché no. Loro no. Combattevano per un matto, anzi per due matti. Poi le cose sono andate come sono andate e oggi la situazione è quella che è. Io sono vecchio e poco mi interessa, ma te e i tuoi amici, svegliatevi, ma non fate la guerra, fate l’amore”.
Felice guarda fuori dalla finestra, è contento per la cena, è contento di avere a tavola un ospite. Mi indica la montagna nera sopra Ancona. “Io non sono di Ancona, ci sono finito per amore. Sono di Ferrara. Poi ho vissuto a Bologna, Firenze e sono ritornato ad Ancona perché mia moglie ha deciso così. Qua quella roba là la chiamano montagna, ma non è altro che una collina, una collina ripiena di mistero. Ci sono grotte e buchi. In tempo di guerra si accendevano, e brillavano nel buio. Dicevano che c’erano i draghi, ma erano solo i fascisti o i partigiani che bollivano di rabbia”.
Felice mi sorride e mi mette una mano sulla spalla. È tempo di andare, vado in ostello, lui a casa sua, a badare alla moglie. Mi saluta e mi ringrazia, io ringrazio lui. Domani ho un treno diretto a Porto Sant’Elpidio, “io invece c’ho la solita vecchiaia, e nemmeno più il bianco a farmi passare un po’ il tempo”.

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