Terza tappa: Ancona – Porto Sant’Elpidio – Pescara (prima parte)

Continua il viaggio verso sud lungo l’Adriatico. Quando apro gli occhi il sole splende già in cielo. Sono le nove ma già si capisce che sarà un giorno caldo, il più caldo dalla mia partenza. Mi dirigo verso il centro di Ancona, passeggio per un quartiere popolar-residenziale dietro alla stazione che si alza verso l’alto tra stradine in pendenza e alberi che sprigionano tutto il loro polline. Di aria nemmeno il sentore e l’afa mi si posa addosso come il budello sul salame. Vago senza meta per un po’ tanto il treno che mi porterà a Porto Sant’Elpidio è distante ancora un paio d’ore. Intorno mi si presenta una città che un tempo era stata importante, che presenta ancora una sua peculiarità, ma che capire quale è, è cosa difficile se non impossibile. Sembra compiacersi di starsene distesa tra monti e mare a rimirare sé stessa nell’acqua tiepida dell’Adriatico, senza chiedersi mai cosa c’è attorno, senza chiedersi mai se la propria immagine possa rassomigliare a qualcosa. Continuo così a camminare tra palazzi settecenteschi o giù di lì, qualche accenno barocco e romanico, calpestando il selciato del centro e zigzagando su e giù tra pendii più o meno pendenti. Da certe viuzze scorgo il porto e poi laggiù, oltre, il mare che è di un blu che risalta tra il pastello delle costruzioni che mi circondano. La temperatura si alza e mi si appiccica ancor più addosso. Il monte Conero mi guarda dall’alto e blocca il venticello che soffia da sud. Il mare non mitiga, anzi. Una donna arranca in salita, maledicendo l’estate. La montagna o meglio, come la chiama Felice, la collina rimane impassibile fregandosene delle cattiverie della gente. Osserva il formicaio della città muoversi rimanendo immobile con il suo carico di leggende e miti. Improvvisamente una forte brezza scompiglia i capelli alla gente per poi sparire altrettanto all’improvviso. Il soffio del Conero. Un signore ne parla alla sua figlia che avrà suppergiù una decina d’anni. Le racconta delle grotte del monte, di alcuni segreti che nascondono. Parla del Buco del Diavolo, un lungo cammino sotterraneo che si perde nei meandri della montagna e che è un vero e proprio labirinto, al fine del quale c’è nientemeno che l’altare del demonio, oltre ad una chioccia d’oro massiccio, perché in qualsiasi leggenda che si rispetti è necessario il premio, il motivo che spinge ad intraprendere una ricerca. Il padre è bravo, ha tempi scenici e una voce baritonale che fa tremare. La bambina è rapita, vuole un’altra storia. Io continuo a bere il caffè facendo finta di leggere il giornale locale di Ancona. Non voglio rovinare il loro momento intromettendomi, ma non voglio neppure perdermi quelle storie. Rimango in silenzio. Il padre finisce di pensare e ne inizia un’altra. Questa parla di mare e di due scogli, le Due Sorelle. “Papà ti ci porta non appena lo zio ci presta la barca. D’accordo?”. La bambina esulta. Il mare è come la montagna, genera miti e storie fantastiche perché non lo si può controllare, non lo si può domare, è lui che comanda e tu devi interpretarlo e adeguarti a lui.
“C’era una volta una bellissima sirena e un demone malvagio, cattivo cattivo e ingordo, insomma un po’ come tuo nonno. Anche la sirena era cattiva e perfida e la sua voglia di soldi la spingeva a cantare notte e giorno. I marinai venivano rapiti dalla sua voce bellissima e rimanevano ad ascoltare quella musica incredibile e si dimenticavano di tutto, della barca, della costa vicina, degli ori che trasportavano. Le barche lasciate senza controllo seguivano le onde e si schiantavano contro le rocce, e il demone così si arricchiva e diventava sempre più ricco. Un giorno però a perdere il controllo dell’imbarcazione fu il figlio di uno degli dei, e gli dei si arrabbiarono tantissimo per quanto accaduto e punirono la malvagità del demone e della sirena, trasformandoli in scogli”. La bambina applaudì il padre. Mi resi conto di essere in ritardo e mi diressi verso la stazione.
In treno inizia ad arrampicarsi sul pendio e il mare lascia il posto a prati e boschi, qualche casa. L’entroterra marchigiano e un ininterrotto cumulo di colline, l’Appennino distante uno sputo e il mare dall’altro lato. Nonostante le distese verdi la mia allergia non mi dà problemi, l’aria marina mitiga gli effetti dei pollini e il mio naso non pizzica e la bocca non si produce in fastidiosi starnuti. Le Marche, bei posti.
Il mare riappare dal finestrino e Porto Sant’Elpidio è a un passo. Il treno si ferma in stazione e questa mi accoglie con un venticello che mi ristora. C’è odore di sabbia e d’estate. Il paese è diviso dal mare dalla ferrovia e sul lungomare ci si arriva grazie ad un sottopassaggio nel quale mi devo abbassare per non batterci con la testa. Se fossi stato una decina di centimetri più alto avrei avuto dei problemi, ma il mio metro e ottanta mi impone solo un inarcamento del collo. Tutto liscio. Guardo il rettilineo d’arrivo, guardo il viavai di curiosi, addetti, giornalisti, bambini. Poi decido di cercare il Quartiertappa e lasciare lì i dieci chili che mi porto appresso. Un’altra scuola ospita organizzazione e giornalisti. Mi sembra di tornare indietro negli anni, ma qui campanelle non se ne sentono e di voti non ne danno. Riprovo a perdermi nel paese.
Porto Sant’Elpidio è un’attesa, una gestazione. Il Giro, l’arrivo, ma non solo. Qui tutti aspettano i turisti, l’estate, le spiagge piene e i portafogli che si riempiono. Il mio pass al collo, genera curiosità nei ragazzini. Mi chiedono se sono un giornalista della Gazzetta, gli rispondo magari, i loro sguardi si fanno meno interessati e con un “evabbé” se ne vanno delusi, quasi avessero perso del tempo prezioso con me. Li lascio andare. Il centro è piccolo, come è ovvio per un paese di 25mila abitanti, ma curato e pieno di negozi di scarpe da donna, prima occupazione della zona, oltre al turismo. I locali rigurgitano musica house nemmeno fossimo a Rimini e i ragazzotti locali sembrano divertirsi su queste note.
Ritorno verso il mare e faccio un giro in spiaggia. Sul bagnasciuga qualcuno prende il sole, qualcun altro cammina, due persone entrano in acqua per una nuotata. Il tempo lo permette. Il mare sembra pulito e odora di mare, non di quel qualcosa di indefinito dell’alto Adriatico. La spiaggia è più stretta rispetto a quelle della riviera romagnola e di quella veneta. Un signore già abbronzato e dalla pancia enorme mi ferma e mi chiede che tappa sarà oggi, se si arriverà ancora allo sprint come nel 1992, l’ultima volta che il Giro passò da queste parti. “Vinse Cipollini, me lo ricordo, al tempo ero interessato al ciclismo, poi tutti i casini mi hanno fatto perdere un po’ di entusiasmo”. Gli rispondo che difficilmente si arriverà in volata perché ci sono molte salite e salitelle lungo il percorso. Poi gli chiedo di raccontarmi com’è la vita a Porto Sant’Elpidio. Lui risponde la solita, “un’attesa continua. In inverno si attende l’estate e i turisti; in estate si attende l’inverno e il riposo. D’estate è pieno di gente e in centro c’è un continuo viavai, d’inverno è molto calma. Ma il pienone non c’è più da anni. Il turismo è ritornato quello degli anni ’70, arrivano le famiglie dall’entroterra, qualche giovane in cerca di qualche scopata, ma restano poco, dieci giorni al massimo. Di nordici ce ne sono pochi, ma sono arrivati russi e gente di quei posta là. Ma è meglio così, secondo me. Un bagno d’umiltà è utile anche per la gente del posto. Con gli anni ’80 sono arrivati un sacco di soldi, turismo ecc., e hanno iniziato a costruire ovunque, qualcuno si è fatto i soldi, ma a spese di tutti”. Il signore abbronzato alza le spalle e sospira “Italia, no?”.

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