Terza tappa: Ancona – Porto Sant’Elpidio – Pescara (seconda parte)

A pranzo le Marche sul piatto. Affettati e formaggi, un paio di bicchieri di Falerio, che è bianco ottimo, da provare. Poi la tappa si fa accesa, in fuga sono in 11, a Montegranaro, ultimo Gpm, la selezione decisiva, parte Rubiano Chavez, un colombiano che oggi andava come un treno su e giù per le colline marchigiane. Vince lui dopo una fuga di 187 km, 35 dei quali da solo. La maglia rosa la veste però Malori, un giovane che promette un sacco bene, anche se sarà difficile possa trasformarsi in un corridore da corse a tappe.
Chi si attendeva lotta tra i big è rimasto deluso, manca troppo a Milano per iniziare a fare il diavolo a quattro già adesso, al termine della prima settimana. Da Rocca di Cambio o Lago Laceno forse si inizierà a capire qualcosa di più. Da Assisi si inizierà probabilmente a fare sul serio. Finora è stato un Giro bello ma non incredibile, domani la prima tappa vera, il primo arrivo in salita. Per capire per bene cosa è successo rimando al mio articolo (lo trovate qui: http://rivistasportiva.com/altrisport/ciclismo/item/1292-giro-2012-l%E2%80%99italia-ritorna-a-vestirsi-di-rosa-grazie-a-malori).
Finito di scrivere ho giusto il tempo di mettere via le mie quattro cose e scappare verso la stazione. Riparto in direzione Pescara, scelta dettata da motivi logistici. Arrivare a L’Aquila infatti non è facile. Dal mare c’è solo un modo: partire da Pescara, cambio a Sulmona, e via verso la meta finale. Fino a Sulmona tutto bene e tutto facile, poi c’è un mezzo ogni due ore, perdere quello giusto significa perdere il finale di tappa. Arrivato in stazione capisco che la mia corsa è stata inutile, il treno è in ritardo e ho dieci minuti ancora di attesa. La biglietteria è chiusa, l’automatico non va, la tabaccheria non vende biglietti. Una volta sul vagone cerco il controllore ma non lo trovo, mi siedo e aspetto. Alla mia destra l’Adriatico scintilla i raggi di un sole che cala e che annuncia la sua dipartita. Chiamo l’ostello, ma è pieno, chiamo il secondo che è un po’ più distante dalla stazione ma è pieno anche questo. Alla fine trovo una stanza in un albergo e mi metto il cuore in pace.
La stazione di Pescara è una struttura nuova, ordinata, pulita, binari rialzati rispetto al livello della strada, sotto uno spazio commerciale mezzo vuoto e un po’ triste. Fuori un piazzale enorme, anch’esso vuoto, anch’esso triste. Poi la città nuova, un reticolato di stradine e zone pedonali che si stendono sino al lungomare, quello stesso lungomare dal quale partì il Giro annata 2001. Vinse Rik Verbrugghe, il successo finale andò a Gilberto Simoni, che prese la rosa sul Pordoi e non la mollò più sino a Milano, eliminando qualsiasi dubbio su chi fosse il più forte nella tappa che terminava ad Arona, quella con la doppia ascesa al Mottarone. Gibo andava forte, mi piaceva, era un po’ burbero, un po’ brontolone (almeno con la stampa), mi ricordava un nonno, ma in salita era una furia. E quel modo di fare mi piaceva, era adatto al personaggio.
La città si divide in due, in mezzo il porto-canale, la parte nuova è dei primi del novecento, è ben tenuta e si può passeggiare tranquillamente, anche perché non c’è quasi nessuno. “È zona diurna”, mi dicono. I pochi locali sono quasi tutti pieni di gente per bene, che bevono calici di bollicine e sono vestiti da festa. Si mangia pesce a prezzi altissimi, quindi scappo a cercare qualcosa più adatto a me. Cammino, chiedo informazioni, mi mandano in città vecchia. Passo il porto-canale e mi ritrovo immerso in una cittadina stile veneziano con case di due o tre piani e vicoli abbastanza stretti pieni di tavolini dove tutti hanno un bicchiere in mano. La città vecchia, in realtà, più che una città sono tre strade. Quella dei ristoranti, quella dei pub e dei ristoranti, quella dei bar. Tutto si chiama Flaiano, perché qui lo scrittore è nato e ‘giustamente’ la gente lo ricorda e ci fa un po’ di soldi. Scorgo anche la casa di D’Annunzio, ma la gente “D’Annunzio non è che se lo filino molto, preferiscono Flaiano, perché è meno inflazionato”. Veri alternativi i pescaresi. Affianco a me c’è un ragazzo che studia storia e che sta terminando una tesi sul porto di Pescara. Mi racconta che è probabile che ci sia un tesoro al largo a circa un paio di chilometri dall’imbocco del canale. Lo avrebbero smarrito nel settecento, qualcuno dice che dovrebbe stare dentro un relitto, ma il relitto non è chiaro dove sia, dato che non è mai stato individuato con certezza. Quindi niente è certo. Ma la leggenda c’è e va bene così, serve a parlare di qualcosa.
“Il porto è nuovo. Nel 1944 i tedeschi lo distrussero, ora è buono solo per il turismo. Ci sono 1250 posti barca ed è uno dei più grandi d’Europa”. I pescaresi però da tutto questo ci guadagnano poco o niente. “Non che si stia male a Pescara, la vita non è eccessivamente cara, di lavoro ce n’è abbastanza, ma le cose si stanno mettendo male. Abbiamo visto un aumento sconsiderato dell’edilizia in tutti gli anni ’90 e in parte dei 2000. C’hanno mangiato in tanti, ma meno di altrove. La corruzione non sembra eccessiva, anche perché Pescara conta poco, quasi niente. Il vero problema è la pesca”.
Andrea, questo il suo nome, mi porta da Loris, un vecchio pescatore dalla faccia bruciata dal sole e dalle mani enormi. Ha 70 anni, è in pensione, ma ogni tanto al largo ci va ancora, “perché questa è sempre stata la mia vita, è quello che ho sempre fatto da quando avevo 13 anni. È stata vita dura, ma sempre meglio di stare chiusi in un ufficio”.
Fuma una sigaretta dietro l’altra e beve vino bianco, Pecorino, “l’unico che mi piaccia”. Sta seduto in un posto alla buona ai limiti della città vecchia. “Quella è una trappola per universitari e turisti. L’hanno rinnovata e resa per bene, ai miei tempi era luogo vero”.
Mi spiega perché la pesca è in crisi. “Vedi, abbiamo spremuto troppo il mare. Finché c’eravamo solo noi bene, poi sono arrivati i gruppi da supermercato. Pescano senza criterio che tanto poi congelano tutto e lo vendono a poco, o meglio a meno di quanto noi possiamo permetterci di venderlo”. Chi vuole il pesce buono se lo va ancora a scegliere al mercato, “ma la gente ha sempre meno soldi e piuttosto di rinunciare alle belle cose, risparmiano sul cibo. Che coglioni”.
Loris ha settant’anni e la quinta elementare, ma non è fuori dal mondo. Si interessa, utilizza internet per informarsi e ordinare al Gas (Gruppo di Acquisto Solidale), sta con i movimenti e si descrive come “uno per il km zero”. Sorride e si incazza perché ora tutto è in inglese e lui non lo sa. “Adesso chiamano tutto con nomi strani, così fregano i vecchi che l’inglese non lo sanno. Però in Italia può succedere qualcosa di buono. Qualcuno ha capito che bisogna prendere le cose della terra, quelle che coltivano in zona. Dovrebbero capirlo anche per il pesce. Se si va avanti così il pesce scomparirà e lì ci saranno grossi problemi”.
Loris spegne la sua ultima sigaretta, ci guarda e ci saluta, barcolla un po’, primi passi incerti, poi si risistema e se ne va dritto verso casa. Anche Andrea mi saluta, mi augura buon viaggio e scompare dietro l’angolo. Io vado in albergo. La sveglia è presto domani. Si arriva in salita e dovrò cercare un passaggio per raggiungere la cima.

Annunci

Tag:, , , , , ,

One response to “Terza tappa: Ancona – Porto Sant’Elpidio – Pescara (seconda parte)”

  1. Vale says :

    Caro Giovanni, ti scrivo da Riad, Arabia Saudita. Credo che il tuo sia il primo blog che abbia letto… non credo di essere un primitivo ma, solitamente, non mi attrae la “troppa” informazione di internet. Tuttavia, questa volta, sono rimasto incuriosito da un articolo su di te uscito sulla stampa e così ho iniziato a leggere il tuo blog. Ho 34 anni, sono ingenere e amo il mio lavoro per tutti i posti del cazzo e incredibili in cui mi ha portato. Amo l’Italia e le persone come te, che dall’apparente banalità tirano fuori il bello. Sono poche… ma ci sono!
    Anni fa stavo pisciando ai bordi di una strada in Mozambico. La strada a dire il vero la stavamo costruendo e non c’era elettricità dove mi trovavo. Settimane prima ero stato a visitare un villaggio nei dintorni e i bambini scappavano perchè non avevano mai visto un bianco. Ebbene mentre a palle all’aria trovavo conforto nella mia pisciata… si ferma una jeep con targa tedesca. Era un tedesco (appunto) partito dal Marocco (!!!) con la sua ragazza, anche lui aveva un blog… Mi chiede delle indicazioni per abdare in Zimbabwe. Poi discutiamo, ci raccontiamo cazzate e poi se ne va. 5 minuti di conversazione, ma che mi sono piaciuti, proprio come il pescator di Pescara. Mi accorgo che mi sono pisciato sulle scarpe e poi mi chiedo se in posto così dovevo incontrare un altro folle come me.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: