Quarta tappa: Pescara – Rocca di Cambio – Roma (prima parte)

Pescara e L’Aquila sono divise da 100 km di colline e montagnole più o meno alte. Ci vogliono però quasi due ore e mezzo di viaggio, perché non c’è collegamento diretto e bisogna obbligatoriamente passare per Sulmona. La Roma-L’Aquila-Pescara era un progetto ottocentesco per collegare il Tirreno all’Adriatico. Un progetto mai realizzato, come tanti in Italia; un progetto rimasto solo sulla carta perché in mezzo ci sono le montagne ed è più facile girarci attorno che passarci in mezzo. Così la ferrovia l’hanno fatta passare per Sulmona e da questa cittadina è sorta una seconda linea che raggiunge L’Aquila e termina a Terni. Il grosso problema di questa tratta è l’esistenza di un unico binario buono per entrambi sensi. Negli anni ’80 si parlò della costruzione del secondo binario, ma tutto finì con un niente di fatto. E la gente per raggiungere L’Aquila preferisce continuare a utilizzare i pullman, che sono più veloci e che non partono ogni due ore.
Lascio una Pescara che si prepara per la sfida calcistica dell’anno, con il Torino, pazza di un boemo, Zeman, e per una squadra che gioca all’attacco, fa divertire e prova a centrare una promozione in serie A che fino all’anno scorso era una chimera. È sabato, il treno è vuoto e nello scomparto con me ci sono solo una decina di persone. Il viaggio va via bene. Scendo a Sulmona e mi dicono che qui si mangiano i migliori confetti di Italia, “anzi, del mondo”. Bevo un caffè al bar della stazione, forse il caffè più cattivo che ho mai buttato giù. Al binario 1 una rondine mi ricorda che non vedo una rondine da almeno quattro anni. A Roma non mi è mai capitato di vederne, forse ci sono, ma non si fanno vedere. Da piccolo vedere una rondine era per me normale. Sul condomino di fronte a casa mia c’erano cinque o sei nidi, col tempo diminuirono, adesso non saprei se ci sono ancora, non c’ho fatto più caso. Rimango a guardarla. Il treno arriva.
Fa caldo all’interno, l’aria condizionata non va e un forte odore di polvere gravita nell’ambiente. Provo ad aprire il finestrino, ma non c’è verso. Il naso inizia a pizzicare per via del polline, per fortuna però che il tragitto è breve. Guardo dal finestrino passare montagne e distese di verde, qualche casa in sasso divenute ultramoderne dimore per ricconi, con tanto di piscinetta esterna e bionde distese a prendere il sole. Sfila un gregge di pecore tenute a bada da due pastori e alcuni cani che corrono liberi affianco agli ovini.
L’aria agreste piano piano si dirada e appaiono case e capannoni, una fabbrica dismessa. Poi il tessuto urbano diventa invadente e capisco che L’Aquila si avvicina. La voce metallica e fastidiosa esce dagli altoparlanti e annuncia l’avvicinarsi alla mia meta.
Dovrei salire al Terminal di Collemagno, dovrei prendere un pullman per Rocca di Cambio, ma in un’ora di attesa in stazione passano solo due autobus e nessuno sale sino a dove devo andare. Le lancette corrono e ormai è passato mezzogiorno. La corsa è già partita e capisco di aver sottovalutato gli spostamenti. Mi ritrovo a trenta chilometri dall’arrivo senza alcuna possibilità di arrivare in cima se non a piedi, sperando magari in un passaggio di qualche anima pia.
Il sole batte, ma una lieve brezza rende il clima quantomeno accettabile. Mi guardo intorno e vedo un città ancora ferita, un pezzo di zona rossa la si può scorgere non appena si mette il naso fuori dalla stazione. Via Tancredi da Pentina era la strada a due corsie che portava alla stazione da Civita di Bagno. Era. Ora è a una corsia perché l’altra è occupata da una struttura in legno che ha il compito di sorreggere un muretto a secco che, a causa del sisma di tre anni fa, stava per crollare. Per ovviare a questo problema è stata costruita una variante per dare la possibilità agli automobilisti di raggiungere la statale 17 che porta a Foggia.
Stufo di aspettare, mi incammino verso Rocca di Cambio. Cerco un passaggio, ma le macchine passano e non mi badano nemmeno di striscio. Cammino per tre chilometri circa prima che un’auto si fermi. Il finestrino si abbassa e un signore mi chiede dove sto andando. Glielo dico, spiegandogli il perché del mio tragitto. “Tranquillo, non mi interessa il perché, sei un ragazzo che avrà l’età di mio figlio con uno zaino che pesa più di te. Potresti essere chiunque, ma non meriti di fare una faticaccia del genere”.
Lo ringrazio per la gentilezza e salgo in automobile. Mi dice che “su a Rocca c’hanno girato un film di quelli con Don Camillo e Peppone (Il ritorno di Don Camillo n.d.a.)”. Parliamo di L’Aquila, mi dice che qui non c’è futuro, che per lui non ci sono problemi perché la pensione è vicina e il lavoro ce l’ha, ma per i giovani qui è un inferno. “Ho tre figli, uno fa il musicista, suona il sax e se ne è andato a cercar fortuna in Danimarca. Se la passa bene lassù, però qui ha la ragazza e il problema è l’andare avanti e indietro”. Parla del prima e del dopo il terremoto, parla dell’addio di alcuni suoi amici alla loro città, mi racconta della difficoltà dei suoi figli di pensare un futuro in queste zone.
Arriviamo a Civita di Bagno, si ferma e mi dice che sono arrivato. “Ti auguro buona fortuna e soprattutto di trovare un passaggio perché arrivare in cima è lunga”. Sorride e se ne va.
Percorro circa cinquecento metri di salita, poi lo stemma di Salvaiciclisti mi salva. Si ferma un’ammiraglia della Colnago-Csf e mi fanno cenno di salire. Presentazioni di rito, poi mi chiedono cosa ci faccio qui. Glielo racconto. Poi parliamo di ciclismo, di come sta Domenico Pozzovivo, proviamo a capire che salita sarà e capisco che ho ancora da imparare e che l’esperienza di molti Giri ti fa vedere le cose da un punto di vista migliore, privilegiato.

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2 responses to “Quarta tappa: Pescara – Rocca di Cambio – Roma (prima parte)”

  1. Pomponi Mario says :

    vorrei regalarti un pensiero per la tappa di Civitavecchia, spero sia apprezzato

    Civitavecchia TV Nord. Ex Parco Combustibile

    Sul treno per Pisa, Partito da Roma
    Fermo su un ponte Mi sono trovato,
    Sulla sinistra, mi sono affacciato
    Vi voglio dire, che cosa ho ammirato

    La grande centrale, che produce Energia
    Tra Torre Valdaliga e la ferrovia
    Con il sole calante sul mare a ponente
    La veduta di sera, è veramente imponente.

    invece a sinistra, c’è ancora quel parco
    di nero carbone, e di nafta sporco
    ritorno studente, quando avevo un pensiero
    trasformare in colore, tutto ciò ch’era nero

    Quando il treno è partito, mi sono seduto
    Per disegnare , come l’avrei io veduto

    Un gran serbatoio, così trasparente
    Dove dentro si possa, veder finalmente
    Un parco con vita, tutto all’interno
    dove prima era chiuso, e c’era l’inferno

    Il controllore però, il sogno ha interrotto
    Gridando deciso: mi mostri il biglietto!

    Il Ritorno:
    Sopra il treno per Roma, Partito da Pisa,
    ripensavo a quel ponte, ritornando per casa
    tra le mani il disegno, da me disegnato,
    per trasformare quel parco, come sempre sognato

    Il controllore cortese, mi ha visto e mi ha detto!
    per favore architetto, mi mostri il foglietto.
    Questo è il quadro di un prato, che è sulla via
    Se guardi a sinistra, per la ferrovia

    Passando sul ponte, di quella centrale
    ho potuto ammirare, il risultato finale
    perché il treno pian piano, mi ha rallentato
    E sopra quel ponte, si è di nuovo fermato

    Dal finestrino ammirato, guardavo di fuori
    Non c’è più quel parco, ma alberi e fiori….
    Questo dimostra, che si può trasformare
    E quello che è nero, si può colorare

    ho altri scritti tutti su Civitavecchia, posso iviarli.

    buon viaggio

    mario pomponi

  2. Pomponi Mario says :

    Altro pensiero, è possibile sostituire il none Alfonso con il n. “108”

    Corro con Alfonso

    Pronto alla partenza. Sono ancora fresco,
    incrocio alla mia destra, due occhi che conosco

    Parto lentamente, sono emozionato,
    sento dietro me, dell’amico il fiato

    sento battere il suo cuore
    da un corpo che non riconosco
    aumento l’andatura e dal gruppo esco

    Devo accelerare, grondo di sudore
    non mi farò staccare, rincorro quell’odore

    Un’anno è ormai passato
    da quando ALFONSO ci ha lasciato
    troppo presto ha preso il volo
    per quel traguardo sopra il cielo

    Corro e guardo intorno a me
    e anche se fatico
    son felice, sai perché
    corro insieme…. e per l’amico

    Lui corre a centro gruppo
    si confonde in mezzo a tanti
    ha accelerato il passo
    ed ha staccato tutti quanti

    Muta e forte è la sua voce
    che mai ci ha detto addio

    Sono stato il più veloce
    correte verso l’AIDO (°)
    come ho fatto IO.

    dedicata ad un maratoneta, na è attuale anche per il “108”

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