Settima tappa: Roma – Assisi (seconda parte)

In fuga sono in 5: Bonnafond, Minguez Ayala, Failli, Brandle e Keizer. Quest’ultimo sta facendo un Giro sempre tra i fuggitivi. Coraggio o incoscienza? Diciamo che la prima ipotesi dovrebbe essere quella preferibile. Io però voglio credere nella seconda. Ricordo Jacky Durand, due volte numero rosso al Tour, uno che in carriera ha vinto poco ma bene, ci provava sempre, se ne partiva al mattino, quando tutti gli altri ancora sonnecchiavano, e veniva regolarmente ripreso a poco dall’arrivo, sempre ultimo ad arrendersi, sempre a dare tutto e andare a tutta. Tre tappe al Tour de France le vinse, a Cahors nel 1994, a Saint Brieuc nel 1995, a Montouban nel 1998, oltre ad un Giro delle Fiandre nel 1992. Niente male per uno che veniva considerato un pazzo.
Con l’avvicinarsi del traguardo il vantaggio dei cinque cala sino ad esaurirsi, nonostante il tentativo dell’olandese Clement, uscito da poco dal gruppo, di dare forza all’azione. La tappa si decide sulle due ultime ascese: il primo un muro difficilissimo, il secondo un strappo meno duro, ma da fare con le gambe stanche. Spero in un’azione da ricordare, trovo invece troppa tattica, quasi un gioco della seggiola. La salita che porta a San Damiano è tosta, a tratti durissima. L’ho fatta a piedi e i muscoli tiravano, figurarsi in bici. I big e gli uomini da grande sparata se ne stanno a guardarsi, Michele Scarponi prova a dare una tirata al gruppo, ma è poca roba. Allo scollinamento allunga il colombiano Uran con alla ruota Gadret, prendono un centinaio di metri di vantaggio, ci prova anche Slagter, ma Moreno della Katusha inizia a menare in testa al gruppo. Lavora per Rodriguez, il suo capitano. L’arrivo si avvicina, c’è attendismo, una tensione che si può toccare, Purito guarda tutti, poi se ne va. Vince e prende la rosa. Dietro, secondo, Huzarski, polacco della NetApp, che non avevo mai sentito, ma che mi sembra un bel corridore. Arrivare secondo può essere un caso, ma su rampe come queste bisogna avere un bel motore davvero.
Joaquim c’ha la fatica in faccia e il sorriso di uno che ha ottenuto quello che voleva. E ci mancherebbe anche. Per indossare la maglia rosa anni fa mi sarei tagliato un dito, adesso no, perché c’ho una bella pancia da difendere a spada tratta. All’arrivo i ciclisti arrivano alla spicciolata. Nessun gran distacco tra i big. Frank Schleck piglia 26 secondi ed è scuro in volto. Per lui una mezza bocciatura.
Dopo la linea dell’arrivo trovo Alfredo Balloni. Quattro giorni in maglia azzurra e moltissimi chilometri in fuga. È caduto al mattino e ha rischiato di farsi male davvero. Il casco gli si è quasi rotto. Si è preso un bel spavento.

Ritornato in sala stampa vedo ancora i camerieri portare cibo nei tavoloni, vedo ancora gente abbuffarsi, prendo una macedonia e mi metto al lavoro. Ho appuntamento alle 19:30 con Andrea che mi darà ospitalità per la notte. Assieme alla famiglia gestisce l’Ostello della Pace, un posto magnifico, immerso nel verde sotto la città vecchia, tra ulivi e tranquillità. Scendendo trovo Claudio, quarantenne nato e vissuto da sempre ad Assisi. Produce olio e vino. Un passato da buon dilettante, poi ha preferito gli studi, la famiglia e la tranquillità della vita agreste, perché “il ciclismo è qualcosa di fantastico, il Giro la corsa più bella, ma per me conta la bici, la mia passione, e la passione deve restare tale, quando diventa lavoro iniziano le frustrazioni e io preferisco la vita senza problemi”. Parliamo di prosecco e bici, parliamo di Giro e di Tour, parliamo di Gianni Mura, mito per entrambi. Mi porta da lui ad assaggiare il suo rosso. Che è buono, forte come Ercole, il suo cane, un pastore corso di almeno 80 kg, buono come un agnello. Lo guarda, “l’ho trovato qua a quattrocento metri da casa mia, avevo appena finito di curare le viti. Era preso malissimo, aveva più o meno un paio di mesi. L’ho curato e in tre mesi si è ripreso. Ora sta sempre con me. Non ci separiamo quasi mai”.
“Assisi è un paese di frati e commercianti di fede, poi c’è la gente normale. Forse è brutale, ma c’è molto di vero in questo. Qui è tutto fede e San Francesco, ma in realtà sono quasi solo affari. Io sono religioso, ma vedo la Basilica, che è bellissima, che ci regala Giotto ogni giorno, ma che è un’offesa alla memoria di San Francesco, che aveva chiesto di essere deposto nudo in terra nuda. Tutto è contro la regola di Francesco che predicava l’estrema povertà”.
L’ora si fa tarda e Andrea mi aspetta per cena. Arrivo in ritardo perché nel frattempo mi perdo almeno due volte. Mi fanno accomodare tra tre argentini e due irlandesi, gente simpatica, gente che viaggia un sacco. Mi chiedono com’è l’Italia. Esito cerco le parole, poi devo essere sincero, “è un casino”. Ci sono battute su Berlusconi, le solite, scontate, verissime. Mi chiedono delle feste, delle puttane, delle signorine disinibite e dei bunga bunga. Sono informati, forse più di me. “Se succedesse una cosa così in Argentina, la gente caccerebbe a calci in culo il premier”. Si stupiscono che noi non l’abbiamo fatto. Non so che dire.
Mangio bene, ancora. Poi mi intrattengo con Andrea. Parliamo di giornalismo e ancora di Assisi, mi racconta che “qui c’è una specie di contenzioso tra i frati. Cercano di accaparrarsi più fedeli possibili, di avere il primato religioso della città”.
Sua madre è una donna energica, piena di vita. Sta parlando con Guido, parlano della situazione degli ostelli in Italia, che è complicata perché non esiste un’organizzazione forte capace di riunire tutte le varie strutture e che tuteli le piccole realtà. Si lamenta della mancanza di un sito adeguato che raggruppi l’intero panorama italiano. Poi ci racconta che nel tempo è cambiata la fruizione di queste strutture. “Ora i ragazzi cercano qualcosa che va oltre alla missione e alla filosofia dell’ostello. C’è una richiesta sempre maggiore di camere singole o doppie, insomma non sono più disposti alla condivisione degli spazi. Insomma, vorrebbero qualcosa che rassomiglia più a un albergo che a un ostello”. Lo dice con rammarico, con sentita delusione. “In questo modo vanno a cadere i principi alla base di questi posti: la comunione di spazio e tempo, di esperienze e racconti.
Ci saluta, ci augura buonanotte con fare gentile, quasi materno. Trasmette serenità e fiducia. Il letto chiama, il mattino dopo mi aspetta un giorno lungo, quattro ore di treno al mattino per raggiungere l’arrivo, quasi una al ritorno, direzione Firenze.

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