Ottava tappa: Assisi – Montecatini Terme – Firenze (prima parte)

Fuori dalla finestra il tempo sembra buttare al peggio. Nuvole nere gravitano sopra Assisi e tira aria di pioggia. Vento ce n’è poco e la temperatura è accettabilmente tiepida. È mattina presto, troppo presto, ma sino all’arrivo è lunga e c’è la partenza nella città bassa. Per fortuna appena sveglio Guido e Vittorio, giornalista di Radio Capital, mi dicono che l’arrivo non è a Montevarchi come ero sicuro, ma a Montecatini Terme, provincia di Pistoia. Un’ora e mezza di treno in più. E sì che il Garibaldi lo guardo ogni giorno.
Colazione e via, ma non alla corsa, di nuovo su nel borgo antico. La Basilica di San Francesco non l’ho mai vista e questa è l’occasione buona per farlo. Andrea mi accompagna davanti alle porte di quella inferiore. Non è nuda terra certo, ma quantomeno è un bel vedere. Mi sento un turista e probabilmente lo sono. Quando vivi a Roma, la parola turista genera automaticamente un certo fastidio, specie se lavori in centro e non sei nel settore turismo. Marciapiede impallato di gente, traffico, uomini, donne e bambini che non sanno dove vanno e che non guardano dove vanno: tutti buoni motivi per ricercare stradine secondarie che allungano la strada, ma ti fanno comunque perdere meno tempo, passi conditi da improperi a destra e a manca e un naturale istinto omicida. Lascio i miei pregiudizi e la mia avversione verso i turisti e mi tramuto in uno di essi: esito positivo, andate a vedervi la Basilica perché merita. Non posso dire altro perché di storia dell’arte ne so poco. Nella piazza inferiore, in fila per tre col resto di due la stradale si fa bella davanti ai fotografi. Moto pulite e lustrate sino allo svenimento, un bel gippone da duri, divise impeccabili e stivali d’un brillante che nemmeno i capelli di Fonzi erano così lustri. I turisti guardano compiaciuti, una scolaresca applaude, due vecchiette inneggiano un “viva la polizia, viva la polizia” che è gioia allo stato puro, un vecchietto invece se ne va bestemmiando, incazzato per lo spreco di risorse pubbliche. Punti di vista di un’unica immagine, di un unico scorcio.
Scendo verso valle. Per fortuna riesco a trovare un passaggio per il villaggio di partenza e mi evito una scarpinata di tre chilometri, causa disagi alla normale viabilità dovuti al Giro. L’atmosfera è vivace, gente che corre e che guarda, che ammira le bici, lì una dopo l’altra pronte solo ad essere utilizzate. C’è chi aspetta i corridori, chi esulta quando passa il suo beniamino, chi preferisce guardare le miss e chi è intento a cuocersi hamburger allo stand della Liquigas. Gadget, regali, volantini, informazioni per gli acquisti, laggiù il podio firma. Tutto sembra un allegro mercato, se non ci fossero gli atleti, ovviamente.
Ho il logo #salvaiciclisti ben in evidenza, l’intento è quello chiedere agli atleti di farsi fotografare con questo, magari di fare una piccola intervista, vediamo a chi interessa e chi si presta. Il podio firme è un viavai di accreditati, giornalisti, cameraman, fotografi e ciclisti. Qualcuno spinge, le televisioni fanno la voce grossa e si accaparrano gli atleti ai quali non dispiace essere intervistati, almeno alla partenza. I girini passano uno dopo l’altro, all’inizio piano piano poi sempre di più, sino alla confusione finale. Guardo le biciclette e sono una meglio dell’altra e penso che una mi starebbe bene sotto le chiappe. Distolgo lo sguardo e faccio a meno di pensarci, che tanto se non guardi desideri di meno. Ritrovo Guido. Lui si sa muovere in quella calca, qualcuno si ferma a salutarlo, Sonny Colbrelli e Sasha Modolo si fanno intervistare, lui ha preso a cuore il movimento e ne fa parola, chiede ai due atleti della Colnago di fare un appello per #salvaiciclisti, loro accettano di buon grado, perché tutelare i ciclisti è un dovere, una forma di civiltà.
Arriva Michele Scarponi, ma non fa nemmeno in tempo a scendere dalla bicicletta che già la Rai lo preleva e lo mette davanti al telone degli sponsor per l’intervista di rito. È sorridente, scherza, sembra che la tensione di inizio Giro sia scomparsa, evaporata. Firma, poi ridiscende e si avvicina alla bici. Lo fermo, gli chiedo se è disposto a farsi fotografare con l’effige del movimento, gli spiego esattamente cos’è e cosa chiede, lui scherzando dice che i ciclisti non sono gente per bene, poi prende il logo. “È cosa buona quello che state facendo”. Sorride e va a firmare autografi. La gente gli vuole bene e lui contraccambia, è disponibile e ha la battuta pronta.
Anche Paolo Tiralongo si dimostra interessato a #salvaiciclisti. Click e foto scattata. Uran passa mi fa cenno d’intesa ma è prelevato da un marcantonio della Sky e non riesco a bloccarlo.
La partenza è vicina, i corridori se ne vanno schivando curiosi, addetti alla sicurezza e bambini che in maglia rosa occupano ogni spazio a loro accessibile. La corsa parte, i ciclisti iniziano a pedalare verso Montecatini. Il treno si avvicina, ma ho ancora un po’ di tempo. Passo davanti al Santuario di Santa Maria degli Angeli, che in realtà è lo stesso posto dove ero prima, ma la concitazione pre-tappa, le poche ore di sonno e il podio non mi avevano dato modo di riconoscerlo come tale. La signora Ada, settant’anni dedicati ai bambini bisognosi di Africa e Italia, mi racconta che questa Basilica è stata costruita verso la fine del ‘500 ma finita solamente nel 1679, con lo scopo di proteggere la cappella della Porziuncola, luogo nel quale Francesco comprese la sua vocazione. “In un ala della Basilica c’è ancora il roseto del Santo. Un roseto senza spine”. Mi chiede se conosco il perché di questo particolare tipo di rose. “Devi sapere che una notte anche Francesco ebbe un dubbio sulla sua fede, perché pur essendo un’anima candida anche lui era umano, anche lui preso dai dubbi di ogni uomo o donna. Volendo espiare il suo peccato decise di buttarsi tra i rovi. Ma le rose, non appena il corpo di Francesco si posò su di loro, ritrassero le spine, e da allora non le hanno più, perché questo è luogo santo e le spine non servono”. La seguo, vuole farmele vedere, ma per il trambusto la chiesa è chiusa. Sarà per la prossima volta. Lei mi saluta e se ne va. Raggiungo la stazione, qualche goccia di pioggia inizia a cadere. Mezzora ancora e Assisi sarà ricordo.

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One response to “Ottava tappa: Assisi – Montecatini Terme – Firenze (prima parte)”

  1. gaetano says :

    bravo Giovanni. avanti sempre cosi’ , i tuoi racconti sono fluidissimi e si leggono volentioeri e tutti d’un fiato- 02012’1948

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