Ottava tappa: Assisi – Montecatini Terme – Firenze (seconda parte)

“Vai a Montecatini? Davvero? È la patria dei vecchi lo sai?”. Ride di gusto.
“C’è il Giro”.
“Beh allora è un’altra cosa”.
Angelo studia Scienze ambientali a Firenze e fa il dj a tempo perso, anche se questo tempo perso ormai supera quello che effettivamente utilizza per studiare. “Me la sto prendendo comoda, certo, ma guardati attorno, secondo te ci sono possibilità? Siamo una generazione fottuta prima ancora di laurearci”. Ha 25 anni e se ne sta tornando a Pistoia, città della nonna. “C’ho una fame maiala, per fortuna che nonna mi fa il carcerato, che è il mio piatto preferito”. Non ho mai sentito nominare un piatto con quel nome. “In pratica è una specie di zuppa di pan raffermo e interiora di vitello, carote, cipolle, pomodori e formaggio grattugiato. Lo so che detto così fa schifo, ma ti assicuro, mangialo almeno una volta nella vita e poi mi saprai dire”.
Pistoia è in avvicinamento, inizia la periferia ed è tempo di salutarci. Scende e fa cenno di addio dalla banchina. Dieci minuti e sono anch’io a terra. Montecatini è un posto per riccastri che cercano nelle acque termali la soluzione ai propri malesseri. È bella, curata, pulita, talmente curata e pulita che ti lascia addosso l’idea che non sia poi vera al cento per cento. Ha qualcosa di artefatto, di irreale. Non sembra Italia.
Chiedo informazioni per arrivare alle Terme Tettuccio e trovo la persona giusta. Aldo è un cinquantacinquenne appassionato di ciclismo da quando era ancora in fasce. Indossa una vecchia casacca della Legnano e porta a spasso una Legnano da corsa originale del ’62. “Tutto dell’epoca, tutto ripulito e rimesso a posto dalle mie mani. Con questa ho partecipato per quattordici volte all’Eroica, in pratica da quando è nata. A Ottobre farò la quindicesima”. Questa cicloturistica è un sogno per chi cerca il ciclismo dei tempi passati, per chi vuole ritrovarsi a correre su strada non asfaltate, andando su e giù per le colline del Chianti.
Mi accompagna sino all’ingresso, ci salutiamo e se ne va a vedere la corsa. In fuga sono in cinque: Saez de Arregui della Euskaltel, Delage della Fdj, Kaisen della Lotto, Denifl della Vacansoleil e il nostro Manuele Boaro della Saxo Bank. C’era anche Ponzi dell’Astana ma al km 53 si è staccato e si è fatto riassorbire dal gruppo. Ai meno 30 km Boaro cerca l’affondo solitario, va come un treno, ma il gruppo rinviene e lo raggiunge poco dopo il primo passaggio sotto il traguardo di Montecatini. Per lui 235 km di fuga, la terza più lunga nella storia della corsa rosa: la prima è datata 1914, 350 km al vento, ma vittoria per Girardengo, la seconda nel 1954, 279 km e vittoria per Rik Van Steenbergen, uno da 270 successi in carriera.

Oggi è la tappa dedicata a Gino Bartali. È la tappa più lunga del Giro, 255 km, il problema è che non c’è una vera salita. Qualche strappo, due Gran premi della montagna, il primo sul Poggio alla Croce, 7 km al 5,3%, distante più di 100 km al traguardo, e quello posto a Vico, 3300 m al 5,2%, ai meno 11. Mi sembra un po’ poco. Forse ci vorrebbe qualcosa di più.
Ginettaccio è stato un corridore che ha segnato un’epoca e non solo nello sport. Con Fausto Coppi si è diviso successi e sconfitte, ha dato vita ad una delle più grandi rivalità sportive di tutti i tempi. Erano tempi in cui scegliere tra i due non era solo questione di preferenza ciclistica, ma tifando l’uno o l’altro si sceglieva un campo, una parte con cui stare. Era il dopoguerra e i ricordi e soprattutto le ferite del ventennio e della Resistenza erano ancora aperte e ancora sanguinanti. C’era da una parte il Pci, dall’altra la Dc, le forze centriste e democratiche. C’era un paese in subbuglio, in continuo cambiamento. La bici non era solo mezzo di trasporto, era mezzo per sognare e loro i re del ciclismo mondiale, i più forti. Loro erano l’Italia, il progresso e la forza rossa, Coppi, l’amore della tradizione, lo spirito cristiano, Bartali.
Gino Bartali vinse tanto, tantissimo, ma avrebbe potuto vincere di più se la Seconda Guerra mondiale non gli avesse fatto perdere quasi 5 anni di grandi gare. Per lui una carriera ventennale piena di trionfi: tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946) e 2 Tour de France (1938, 1948), 4 Milano-San Remo (1939, 1940, 1947, 1950) e 3 Giri di Lombardia (1936, 1939, 1940), 2 Giri della Svizzera (1946, 1947), la corsa più ricca e importante nell’immediato dopoguerra.
Il Tour del 1948 rimase nella storia non solo del ciclismo, ma dell’Italia intera. Gino aveva 34 anni, uno dei più anziani atleti in gara, veniva da un Giro deludente (8° assoluto), segnato da una caduta che lo aveva rallentato e non poco. Alla gara a tappe francese l’Italia, inoltre, non schierava né Coppi, che per ragioni personali aveva deciso di non partecipare dopo il ritiro al Giro a seguito delle polemiche per la mancata squalifica a Fiorenzo Magni (accusato di aver ricevuto spinte in salita), né Magni stesso, escluso dai francesi per ragioni politiche. Squadra debole e tirata su all’ultimo. Bartali non si tirò però indietro e realizzò un autentico capolavoro. Sette tappe vinte, una di queste, quella alpina con Col d’Allos, il Col de Vars e l’Izoard, dopo un fuga lunghissima. Il giorno dopo a Aix-les-Bains un nuovo successo e la conquista della maglia gialla. Nel frattempo in Italia, il 14 luglio, a Roma, davanti a Montecitorio, Palmiro Togliatti, leader del Pci, veniva colpito con tre colpi di pistola. Autore dell’attentato era Antonio Pallante, un giovane del Blocco liberale qualunquista. Il folle gesto inasprì una situazione già tesa e diede il via a violente proteste in diverse città italiane. Il paese era vicino all’implosione, ma dalla Francia arrivarono le notizie delle imprese di Ginettaccio. Il 25 luglio la radio esulta per la vittoria dell’atleta italiano in terra francese, la prima nel dopoguerra, la seconda di Gino, la quarta di un italiano nella storia. La gente festeggia, si riversa nelle strade, la tensione si stempera, non scompare, ma diminuisce d’intensità. Alcuni giornali parlano di Bartali come il salvatore dell’Italia. Probabilmente non è stato così. Ma è fantastico pensarlo.
Sulla salita di Vico la corsa si infiamma. Ci provano Selvaggi e Vanendert, poi Visconti che cerca di portare via un gruppettino. Lo seguono Gatto e Vicioso, poi si accoda pure la maglia bianca Caruso. Il gruppo si spezza e dietro resta Schleck, che alla fine pagherà altri 46”. In discesa si vedono gli uomini di classifica: prima Kreuziger, poi Scarponi, ma anche per loro un niente di fatto. Dietro la Sky va a mille per dare la possibilità a Cavendish di fare tris. Ballan ci prova ai meno 2 km, Visconti, mai domo, all’ultimo chilometro. Prende una decina di metri non di più, poi rientra nei ranghi. Il gruppo si ricompatta. All’ultima curva cade Sacha Modolo. Vaitkus si ritrova solo, prova a cogliere la palla al balzo e allunga. Dietro però il recupero di Ferrari è mostruoso e sotto lo striscione d’arrivo è lui ad alzare le braccia al cielo e a trionfare alla faccia di Cavendish, quarto al traguardo e ancora arrabbiato col bresciano per la manovra di Horsens che lo ha buttato a terra a oltre 60 km/h. L’atleta dell’Androni si gode il suo primo successo al Giro, il campione del mondo al Processo alla Tappa non gli risparmia qualche frecciatina. La querelle continua e non accenna a spegnersi.
Un’altra tappa interlocutoria, un’altra volta classifica immutata, eccezion fatta per Frank Schleck che paga 46” sul traguardo. Montecatini la lascio volentieri, è un buon posto per ritornarci tra una quarantina d’anni, non prima. Ho un’altra ora di treno circa per arrivare a Firenze. Stasera avrò un letto comodo e addirittura una camera tutta mia. Cose rare in questo Giro in seconda. Cose da ricordare.

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One response to “Ottava tappa: Assisi – Montecatini Terme – Firenze (seconda parte)”

  1. nora lazzeretti says :

    E TROPPO BELLA IO SONNO ARGENTINA, MA I MIEI NONNI ERANNO DI QUA…NON VORREI MORIRE PRIMA DI CONOSCERE QUESTO PARADISO!!!!

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