Nona tappa: Firenza – Sestri Levante – Torino (seconda parte)

Calda e colorata, un mare limpido, calmo. Sestri si specchia sul Tirreno, come sempre. La gente attende la corsa rosa dal 2006, c’è attesa, gioia, festa. L’ultima volta vinse Horrach, era la 12° tappa del primo Giro di Ivan Basso: partenza da Livorno, 171 km piatti all’inizio, movimentati nel finale. In fuga ci vanno in 14, sull’ultima salita, il Valico di Guaitarola, partono Mori e Sella, prendono un buon margine, sembrano destinati a giocarsi la vittoria, poi la discesa e due cadute frenano la coppia di testa. Mori addirittura ruzzola fuori dal guardrail, Sella ci impatta. Li raggiungono Baliani, Belli, Engels, oltra allo spagnolo della Caisse d’Erpaigne. Quest’ultimo se ne resta sornione, controlla, poi con un allungo all’ultimo chilometro beffa tutti. Gruppo a oltre 7’. Classifica rimescolata, ma non tra i big, che si controllano, fanno qualche scatto, ma niente di che.
Il Quartiertappa è in una scuola, fuori un campetto da calcio nuovo di zecca, qualche giornalista che gioca blandamente. Arrivo al rinfresco ma è già tutto finito, c’era poca roba, mi dicono che il Comune non investito granché, che ha elemosinato qualcosa tra i forni del paese. La focaccia è buona, ma non riempie. Esco a farmi un giro per il paese. Due baie, al centro un promontorio e poi case in stile ligure. Fa caldo, ma l’aria di mare è piacevole e rende innocui i raggi del sole. Gli albergatori si lamentano della crisi del turismo, i commercianti si lamentano della crisi del turismo, la gente si lamenta delle lamentele di tutti. Meno male c’è il Giro, che è un buon diversivo per non pensare alle noie di tutti i giorni. Due ragazzi mi raccontano che Sestri è una città record: 6000 patenti ritirate in due anni per tasso alcolico fuori norma, un milione di euro di incasso. Pochi soldi alla comunità.
In sala stampa è in corso la presentazione della nuova pubblicazione de ‘La Gazzetta dello sport’ sulla storia del Giro d’Italia. Marco Pastonesi, Pier Bergonzi e Claudio Gregori presentano l’opera con un ospite d’eccezione: SuperMario Cipollini. L’ex campione del mondo e recordman di successi nella corsa rosa parla, discute di ciclismo, della corsa che si sta muovendo per il paese, di Cavendish, suo erede ma nemmeno troppo. Si lamenta per il poco coraggio degli atleti, per una corsa un po’ monotona, per la mancanza di un vero leader carismatico. Com’era lui, come lo è ancora. Lo vedi parlare e capisci di avere di fronte un capo naturale, non per arroganza o vanagloria, ma per carattere e personalità. Interviste di rito, spazio per i fotografi, poi si presta con gentilezza a farsi ritrarre con il logo di Salva i ciclisti: lui ciclista lo è stato, ciclista lo è ancora, in bici ci va regolarmente e se la carta d’identità non dicesse 42 anni, non te ne accorgeresti nemmeno che sono ormai 5 anni che non domina le volate. Una carriera durante la quale ha vinto tutto quello che uno sprinter può vincere: 189 vittorie, 42 tappe al Giro, 12 al Tour, 3 alla Vuelta, una Milano-San Remo, una Gand-Wevelgem. Da piccolo me lo ricordo che sovvertiva l’immagine del ciclismo, la svecchiava: maniche arrotolate alla spalla per evitare l’abbronzatura da muratore, tutine con fantasie strambe per stupire, caschi aerografati come i motociclisti, bici sgargianti, modi di fare fuori dalla norma. Ricordo il body da cronometro che ritraeva le fasce muscolari, quello leopardato. Stile, un po’ tamarro certo, ma terribilmente diverso da quello dei suoi colleghi.
La tappa va avanti, la fuga continua, prende terreno, la Katusha lascia fare, forse punta a perdere la maglia che tanto l’importante è quella di Milano e ora dà sì lustro e soddisfazione, ma prende anche tempo ed energie e in una corsa di tre settimane quest’ultime sono importanti, decisive. La Liquigas prende in mano la situazione, sull’ultima salita, Szmydt e Caruso, la maglia bianca, fanno un buon ritmo, mettono in fila il gruppo, ma è andatura sostenibile, non indiavolata. Ci prova Tiralongo, Cunego gli va a ruota ma non dà un cambio, fa lo stopper. Sarebbe tappa adatta a lui, ma il Piccolo Principe è irriconoscibile. Vengono ripresi dopo un chilometro, poi più nulla. Lo spettacolo è davanti. Casar e Santaromita ci provano a ripetizione, a un certo punto sembrano andare, ma gli altri recuperano. Golas nel frattempo ottiene l’ufficialità della maglia azzurra, Jackson Rodriguez si stacca, rientra e prova la sparata; non va. A poco più di un chilometro dall’arrivo Lars Bak si invola, fa subito il vuoto, arriva a braccia alzate, prima vittoria in una grande corsa, un’immensa soddisfazione per uno che è abituato da sempre a fare il gregario. Il gruppo arriva a 3’34” regolato da Flecha, Casar, secondo al traguardo, sfiora la rosa per 26”, Santaromita, quinto, la manca per 49”.
Perdo il treno per disattenzione, per fortuna c’è Guido che mi offre un passaggio sino a Genova, altrimenti a Torino ci sarei arrivato a mezzanotte e mezza, se tutto andava bene. Genova è come me la ricordavo, è una città che amo, bella e decadente, che odora di mare e di porto, di vita e di disordine. Forse è la città che più mi rappresenta, che più mi rassomiglia.
Il treno parte in ritardo di 25 minuti, tiene il ritardo sino ad Alessandria, poi recupera, sembra il gruppo al Giro quando recupera la fuga. Alla fine arrivo a Torino Porta Nuova otto minuti dopo del tempo normale d’arrivo. Non mi è poi andata male.
Fuori dalla stazione trovo Davide, detto Labionda, detto Lenin. È amico da molto, compagno di avventure, suggeritore di questo progetto che si sta piano piano evolvendo. È penna buona in prestito a lastampa.it, ma con diritto di riscatto, si spera. È juventino appassionato (e questo per me non è un pregio), felice per uno scudetto vinto, deluso per l’addio di Del Piero. Con lui ho vissuto le più grandi avventure di questi ventisette anni, mi ha fatto passare qualche delusione, ci siamo scolati litri di Prosecco. Insomma un vero ‘mona’.
Con lui la sua ragazza, Elena, una brava, brava soprattutto a sopportarlo. A Torino ci sta da poco, ma la conosce più di quello che ci si aspetta da una studentessa fuori sede. Ce ne andiamo a zonzo per il loro quartiere, per le strade di San Salvario. Mi racconta che un tempo, in realtà sino a pochi anni fa, questo reticolato di vie e di palazzi fine ottocento era il quartiere degradato della città sabauda. La vicinanza alla stazione, la concentrazione di vite difficili, di emarginazione e immigrazione, le fabbriche che espatriano, il lavoro che manca, la fine del sogno torinese. Droghe, puttane, risse e violenza. Poi la riscossa, frutto di un lavoro di integrazione e socialità dal basso, dalle anime forti del quartiere. La delinquenza che diminuisce, il multiculturalismo come valore, come risorsa e non come minaccia. La gente si riprende le strade, aprono locali, vita notturna, sino quasi all’inverso, sino ad arrivare ad essere ‘radical chic’, un po’ indy, un po’, forse troppo, Milano.

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