Dodicesima tappa: Milano – Pian dei Resinelli – Milano (prima parte)

Cielo scuro e incazzato che minaccia pioggia, che gravita lugubre su di una città ancora mezza addormentata, perché è domenica e il campionato di calcio è già finito. Oggi si sale ancora, ma poco, giusto fino ai 1280 metri del Pian dei Resinelli, pochi chilometri sopra Lecco. È più caldo di ieri e ci vuole poco, ma quel cielo non promette niente di buono. Lo guardo, so che mi creerà problemi. L’ombrello ce l’ho, la cerata nemmeno a parlarne. Sono partito con il caldo e con il sole e non sono abbastanza pragmatico per progettare tutto in poche ore. Fa niente, speriamo in bene, che tanto a pensar male c’è sempre tempo.
Cinque minuti fuori da Milano e inizia a piovere a dirotto. “Eccheccazzo ce bagnamo tutti. Li mortacci sua”. Diego è seduto davanti a me, sta tornando a Lecco dopo una serata a Milano. “Sono di Roma, ma lavoro qua in banca. M’hanno trasferito, non è male perché si alzano più soldi, però me manca Roma, me manca un sacco”. Capisco perché. “C’ho trent’anni e non è facile annassene da casa tua, non che abitassi ancora con mammà ma qua ar nord è tutta ‘n’artra cosa”. È da un anno e mezzo che vive a Lecco e non si trova male, la città è pulita e tranquilla e si vive bene perché c’è il lago e la montagna e “a me me piace annà in montagna a camminà”. Il ciclismo lo annoia, preferisce il calcio e soprattutto la Maggica: “me la vado a vedè ogni volta che viene a Milano. Quest’anno è stata dura, è stata un’annataccia. Me dispiace però che Luisserriche se ne sia annato. Era ‘na brava persona, però il calcio è così e se non vinci te tocca cambià, a’ssoria a scrivono i vincitori”.
A Milano ci va spesso perché c’è la vita che non c’è a Lecco, ci sono i locali e c’è la sua ragazza, “o mejo quella con cui me sto a vvede, ma è ‘na cosa così, che tante vorte pare che me sto a scopà ‘na stella marina, gambe e braccia aperte e non se move na foja”. Il concetto di stella marina fa ridere. Stiamo a parlare del più e del meno sino alla stazione, poi lo saluto perché è di fretta e deve andarsene a mangiare da amici ed è già in ritardo.
A Lecco diluvia, le strade sono fradice d’acqua e la gente è seccata. “Una volta che il Giro passa di qua e arriva in salita il tempo ci frega”. Antonio è di Napoli, ma vive a Lecco da almeno vent’anni. Ormai è casa sua e tutti lo trattano come uno del posto. “All’inizio però non è stato facile. Qua la gente non è come al sud, socievole e aperta, non si riesce a parlare con tutti subito. Ti vedono come un terrone, come un estraneo, poi, dopo un po’ di tempo si rendono conto che non sei diverso da loro e allora va tutto a posto. La Lega, mi diceva uno della mia età, ha mutato il comportamento delle persone, le ha rese meno pronte ad accettare la gente che viene da fuori. Non che ci sia dell’intolleranza, però c’è una certa diffidenza, una certa tensione, specialmente verso gli stranieri, gli immigrati”. Facciamo il viaggio assieme sino a Ballabio, località ai piedi della salita finale. “Io in bici non ci sono mai andato prima di salire al nord. Mi ci sono appassionato qua. Figurati se a Napoli puoi andarci, ti stenderebbero dopo qualche metro. Il grosso problema è che al sud non c’è la cultura ciclistica, o almeno nella mia città. Qua è diverso. Qua in bici ci si va e la gente è più attenta. Salvaiciclisti fa bene a chiedere tutele. I sindaci e lo Stato deve impegnarsi”.
Il comune e la provincia di Lecco hanno organizzato bene la tappa. Bus navetta che dalla stazione porta a Ballabio, poi altra navetta che porta su a Pian dei Resinelli. Costo 1,50 €, tempo di percorrenza tre quarti d’ora se va bene, un’ora e mezza se va male, dipende dalla fortuna di trovare la coincidenza.
Mi posiziono ai piedi della salita. La pioggia non accenna a smettere. Inizia a tirare un vento infame. Aspetto un passaggio per il Quartiertappa che oggi è a un chilometro e mezzo dopo l’arrivo. Tempo dieci minuti ed ecco ancora la macchina di Eurosport comparire all’orizzonte, fermarsi, raccogliermi. Ancora Philippe e Andrea. Ringrazio e iniziamo a salire. La strada è stretta, asfalto buono, pendenze infide nei primi due chilometri. Poi l’ascesa diventa più facile, eccezion fatta per due strappi tosti, ma brevi, brevissimi, nemmeno 100 m. È tappa dura quella di oggi, non durissima, ma buona per imboscate. Negli ultimi cento chilometri non c’è pianura, cinque salite e quattro Gpm. Il primo è duro: Valico di Valcava, prima categoria, 11,6 km all’8% con punte al 17%, ma dalla cima mancano poco più di 80 km. Anche la penultima montagna è tosta, più in discesa che in salita però. Il Culmine di San Pietro collega la Val Taleggio alla Val Sassina, era luogo di passaggio dei pastori che andavano a vendere a Lecco il proprio formaggio, il Taleggio appunto. “L’origine del nome è dubbia, però dovrebbe risalire al tempo dei Comuni. Taleggio e la valle era nelle mani dei guelfi ed era sotto il dominio di Pizzino, dall’altra parte invece Lecco era sotto l’egemonia ghibellina. I traffici di prodotti caseari comunque andavano avanti. Sul passo, che era l’unica via d’accesso alla Val Sassina dalla val Taleggio c’era una fortificazione, della quale però non c’è quasi più traccia. Il culmine del passo era luogo di confine, di dazi: leggenda narra che fosse impossibile passare senza pagare a causa del sistema di sorveglianza del passo. ‘Nemmeno San Pietro passa al culmine’ era un modo di dire della gente del luogo. È solo un’ipotesi però. Un’altra è quella che si chiami così per via del possibile passaggio del Santo diretto a Roma. La chiesa di Olda, intitolata ai Santi Pietro e Paolo, infatti, costudisce numerose reliquie di San Pietro. Ma anche questa è un’ipotesi. Di certo non c’è niente”. Umberto è ricercatore di Storia medioevale a Milano. È originario di Cremeno, borgo ai piedi del Culmine e da sempre è appassionato di toponomastica e ciclismo. “Sono cresciuto nell’epoca di Bugno, che qui era un mito, perché monzese, nonostante fosse nato in Svizzera. Mio padre era suo tifoso, io però amavo Chiappucci, perché era matto e ci tentava sempre azioni impossibili, da lontano, fregandosene dei calcoli e delle possibilità di riuscita. Ricordo ancora nel 1992 al Tour quando vinse la tappa di Pinerolo dopo quasi 200 km di fuga solitaria. Alla fine vinse Indurain, ma ‘El Diablo’ rimase nel cuore di tutti”.

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