Quattordicesima tappa: Milano – Falzes- Laives (Bz) (seconda parte)

La fuga prende corpo, va via e arriverà all’arrivo. Davanti sono in dieci, tanti, e dietro il gruppo va via tranquillo: si è preso una giornata di riposo in più. L’agonismo è in testa alla corsa, distante quasi un quarto d’ora. La Katusha controlla blandamente la situazione, non ha la minima intenzione di accelerare, così come nessun’altra formazione che tanto quelli davanti sono distanti, distantissimi dal poter anche solo sognare la maglia rosa. La fuga è un coacervo di culture, sette nazioni rappresentate, perfetta rappresentazione di questo Giro, il meno italiano della storia. Il ciclismo è ormai un mondo globalizzato: si corre in tutto il mondo, nuove corse prendono piede e storia, corse vecchie una vita chiudono, entrano squadre di paesi che sino ad anni fa erano fuori dal grande circo a pedali, diminuiscono le formazioni con sede nelle patrie toriche di questo sport. È così che va il mondo, è così che va il ciclismo, soprattutto dopo l’introduzione del circuito Pro Tour.
Prima del traguardo c’è uno strappo di quasi due chilometri e mezzo, ha pendenze interessanti (quasi il 9% di media con punte al 12%) e sarà certamente decisivo per la vittoria finale. In cima mancano poco più di due chilometri di falsopiano, prima a salire, poi a scendere. L’ho percorso tutto a piedi quel tratto. L’autobus, infatti, è stato bloccato dalle forze dell’ordine in cima allo strappo, là dove la strada per Terento si congiunge con quella per Falzes. Cerco un passaggio, ma anche qui le macchine del Giro passano, ignorano beatamente me e il mio pass esposto e vanno per la loro strada, che poi sarebbe anche la mia, ma tant’è.
“Cerchi un passaggio da quelli?”.
“Non sarebbe male”, rispondo.
“Non ti caricano eh?”, mi chiede un ragazzo della Italtelo, l’azienda che si occupa di montare i teloni pubblicitari sulle transenne che delimitano la strada nelle fasi finali della tappa.
Gli rispondo che oggi è andata male, che ho dovuto camminare. Lui mi guarda e sorride. “Se ne salvano in pochi, qui c’è gente che non si accorge di quello che l’altra gente fa, di quanto si fa il culo chi monta e smonta come me o chi rende materialmente possibile tutto questo spettacolo”. Si asciuga il sudore dalla fronte. Si sfila i guanti e si presenta. Diciamo che si chiama Francesco. “Quest’anno è poi tutto un po’ più incasinato, la partenza in Danimarca, qualche casino tra i pezzi grossi, qualche ritardo. Un po’ di qua, un po’ di là e le cazziate capitano solo a noi. Ma è logico, mica puoi prendertela con uno che paghi un sacco di soldi. Però non è nemmeno poi troppo male, nel calcio è peggio. Prova a stare dietro le quinte. Ci sono casini su casini, gente che non dovrebbe entrare in determinati posti che entra lo stesso perché vale la regola del ‘lei non sa chi sono io’, dell’imbecillità a sei zeri. Lì è un vero puttanaio perché i presidenti si credono di avere diritto di vita e di morte sul personale e può in effetti averlo perché è tutto in nero. La cosa che fa ridere è che ci sono pure i finanzieri allo stadio e a nessuno viene in mente di controllare. Ero a lavorare in un Juventus – Inter e c’erano tre quarti degli steward in nero, alcuni addirittura senza permesso di soggiorno perché così li si può pagare meno e un alto grado della Finanza là a ridersela con l’amministratore delegato di una delle due società”. Siamo ai meno 35, deve muoversi a finire. “Ascolta me, cerca di evitare quelli con le macchine grosse. Per esperienza ti dico che più hanno la macchina costosa, più sono in alto e più ti cagheranno il cazzo perché non sei nessuno”. Lo saluto, tengo in tasca il consiglio. Mi dirigo al Quartiertappa. Tempo cento metri e vedo Vito, mi saluta e si ferma. “Sali”. Finalmente un passaggio.
Faccio in tempo a mangiare e a vedere lo strappo finale. Parte Herrada Lopez della Movistar, risponde Frank della Bmc, poi parte Izaguirre e molla tutti andando a vincere. Prima vittoria basca in questa 95a edizione del Giro. Alle sue spalle Alessandro De Marchi, spesso in fuga, piazzato (3°) a Cervinia, pistard che si è scoperto discreto scalatore. Non bellissimo sui pedali, ma fa niente che tanto Michel Pollentier e Fernando Escartin erano peggio, molto peggio.
Falzes era abituato ad altre azioni, ad altri arrivi. “Ci sono rimasto male quando ho visto l’altimetria” dice Ronald, cicloturista della zona, presenza fissa delle granfondo austriache e nostrane, “aspettavo una tappa vera, come nel 2004, come nel 1997. Quello era spettacolo. Peccato. Però bravi, soprattutto quelli in fuga che nella salita sono andati forti, l’hanno onorata sino all’ultimo metro”. (continua)

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