Quattordicesima tappa: Milano – Falzes – Laives (Bz)

Riparte il Giro e riparte anche il viaggio. Da Milano a Falzes, Val Pusteria, provincia di Bolzano. I corridori partono da Limone sul Garda, che sarebbe stato anche bello visitare, però il treno non passa attraverso il lago e soprattutto non viaggia a duecento all’ora come un Frecciarossa. Per cui alzataccia, zaino in spalla e via per tre regioni, con tre treni e un pezzo a piedi sperando in un passaggio amico. In totale circa 400 km da percorrere e oltre 6 ore di treno. È martedì mattina è ora di viaggio per i pendolari. C’è chi entra a Milano e chi esce, chi si muove verso i paesi dell’hinterland, chi si sposta nel bresciano. Il treno per Verona è imballato di gente, un posto a sedere non lo si trova nemmeno a pagarlo oro, “e sarà così sino a Rovato, poi piano piano la gente scende e un posto lo trovi. Questa è la norma per noi, Moretti si fa bello e si fa fotografare a bordo dei treni ad Alta Velocità, con personaggi illustri che gli dicono ‘oh che bello, oh che comodo, oh che efficiente’ e poi si dimentica di chi il treno lo usa tutte le mattine magari per andare a Monza o a Lodi e si ritrova al freddo d’inverno, in un forno d’estate. Alla faccia del servizio pubblico”. Maria Rita è da quindici anni che prende il treno per andare a lavorare fuori Milano e in questo lasso di tempo ha notato un netto peggioramento dei trasporti, “un declino verticale. Quindici anni fa, ma anche dieci anni fa, c’erano il doppio dei treni, lo stare in piedi era un eccezione, non la regola. Poi si è limato qui, si è limato là e siamo arrivati ad oggi dove non si riesce più quasi a prendere il treno: siamo trattati come merci e il prezzo dei biglietti è sempre maggiore. Stanno costruendo l’Alta Velocità dappertutto e va bene, però dovrebbero tenere in considerazione anche la gente normale, non avere a cuore solo la comodità del manager in viaggio di lavoro”. Non è l’unica lamentela che sento durante il viaggio. La gente è arrabbiata, si sente presa in giro, si sente impotente. Dopo poco meno di un’ora riesco a sedermi. Mi addormento all’istante, mi risveglio a Verona.
Tre quarti d’ora buoni per la coincidenza. Poi treno direzione Brennero, fermata Fortezza. È quasi mezzogiorno, la stazione è abbastanza sgombra di gente, c’è poca confusione, un vociare sommesso, qualche turista, molti taxisti senza niente da fare se non chiacchierare di politica e di calcio, di speranze gialloblu di promozione, sempre Hellas, mai Chievo. C’è sole che batte, che si riflette sull’asfalto, che preme di riverbero sugli occhiali. Ci sono nuvole che minacciano, ma all’orizzonte, lontane come lo scudetto targato Bagnoli. Il treno arriva, si ferma, aspetta l’orario giusto, il fischio del capotreno, la partenza, il nord che si avvicina. Risale l’Adige, verde, ingrossato, pacifico. La valle che inizia a ristringersi, le montagne che si chiudono, che si alzano, che si fanno maestose, ma piano, tranquillamente, progressivamente, proprio come progressivamente diminuiscono le fabbriche e i tubi di scarico che si insinuano come proboscidi dentro l’acqua del fiume.
Dopo Egna la valle si riapre, ritornano le fabbriche, a metà monte il bosco si dirada e iniziano i prati d’alpeggio, posti buoni per mucche e latte, malghe e formaggi. Inizia a gocciolare, ma è una nuvola passeggera e passata Bolzano il sole ritorna a splendere timidamente e a svestire la gente del luogo.
Ecco Fortezza, le montagne si alzano, i paesi diventano più piccoli, i boschi sempre più verdi. Val Pusteria con lo smeraldo che passa attraverso ai finestrini ed ecco Vandoies, ultima tappa. Esco dalla stazione, l’autobus fino a Falzes non passa prima delle tre e ho oltre mezzora per sperare in una passaggio. Che non arriva però. Poco male. Salgo in pullman, direzione Falzes: “spero ci facciano passare”, mi dice l’autista sorridendo, “se non ci va bene mi guardo il Giro, che per me è anche meglio, certo che per i passeggeri sarà un rottura di scatole, però è così. C’è il Giro, bisogna stare tranquilli”.
A Terento entra un signore sulla settantina, ha capelli bianchissimi, un cespuglio di sopracciglia biondastre e un viso pacioso segnato dalla montagna. Mi parla in tedesco. Gli dico che so solo l’italiano, mi sorride e mi fa: “qua è strano, non capita tutti i giorni”. Mi parla della montagna, di Terento e della sua particolare posizione che la rende calda e mite. Qui ci vive da 60 anni, ma è nato a Brunico e in quella città ci passa molti pomeriggi la settimana a giocare a carte e a parlare di sport, calcio soprattutto. “Qui si sta bene, c’è tranquillità, si può passeggiare in montagna, stare nel bosco. È una grande famiglia, almeno nella mia zona; ci conosciamo tutti da almeno quarant’anni. E poi si mangia bene, ancora cose fatte da noi, non ci si avvelena come in città”. Si chiama Antoni, è madrelingua tedesco, come la maggior parte delle persone del luogo. “Qui non è Italia, non è nemmeno Germania o Austria. È sud Tirolo. Non c’è astio però con i madrelingua italiani, è passato il momento della tensione tra le due parti della popolazione almeno qui in Valle”. A due chilometri da Falzes la strada è chiusa. A piedi. Con me scende anche Frederich, trentaseienne appassionato di montagna. Parla un italiano germanizzato, vive a Merano e non usa la macchina per scelta. “È una scelta come un’altra. A me le macchine fanno paura, per cui evito di guidarla. Qui te lo puoi permettere se stai in città, i mezzi pubblici funzionano e riesci a muoverti bene sia in Val Pusteria, che nel bolzanino. Certo hanno i loro tempi ma è sempre meglio di altri posti”. Anche lui mi parla del rapporto tra gente di lingua tedesca e gente di lingua italiana. “Gli Stati sono un concetto passato ormai, sanno di ottocento e di risorgimento e unificazione. Qui sentirsi italiani è un modo di rimarcare un sentimento di appartenenza, è qualcosa di unicamente politico. A Bolzano ci sono gli intransigenti italiani, ci sono gli intransigenti tedeschi, ma sono ideologie vuote, buone solo a far muovere le mani. L’Europa sta corrodendo gli Stati nazionali e rafforzando le realtà locali, quelle che sono state divise in modo idiota a seguito delle due guerre. Qui è Tirolo, non Italia o Austria. La nostra è una zona commerciale, un macro-luogo, un non luogo”. Frederich ha un passato in politica, ma breve, “qualche anno appena. Ho lasciato appena ho capito che era tutto compromesso, che era tutto un affare, una divisione di poteri”. Si occupa di comunicazione, crea siti, gira in bicicletta. “Qui si può, la provincia e la regione ha creato una rete di ciclabili all’avanguardia e soprattutto sta portando avanti una buona politica di educazione stradale. Se non insegni ai giovani il rispetto delle regole stradali, mi spieghi cosa servono poi le sanzioni?”. Domanda da girare a politici e politicanti.

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