Quattordicesima tappa: Milano – Falzes – Laives (Bz) (terza parte)

Era il 25 maggio di 8 anni fa, c’erano 217 km da percorrere, da San Vendemiano (Tv) a Falzes, c’era Popovych in maglia rosa, c’era Simoni pronto per vincere il suo terzo Giro d’Italia, c’era il Furcia e la salita verso Tarento ancora da affrontare. Sul Furcia ci provò Simoni, ma Popovych chiuse subito, allora ecco Cunego, al tempo compagno di squadra di Gibo alla Saeco, a provarci, a prendere il margine giusto, ad andarsene. Due compagni di squadra in fuga, pronti a dargli una mano a scortarlo sino all’ultima ascesa, lì un altro scatto a togliersi di dosso l’incomodo Abersold e a prendere la via del paradiso. A ventidue anni il Giro d’Italia, il primo e l’ultimo per ora. Una vera e propria impresa, un salto di 59 km per prendersi la rosa.
Nel 1997 la tappa invece partiva da Predazzo, 222km e 6 passi da superare. La tappa la vinse Rubiera, Gotti mantenne la rosa e Tonkov abbandonò i sogni di gloria. Quel giorno fu un giorno di pioggia, di freddo, da tregenda. Per Chechu la prima vittoria in carriera, un decimo posto finale, sembrava l’inizio di una carriera da uomo da corse a tappe. Divenne un ottimo gregario.
Ritorno a Bolzano grazie a Otto, giornalista del Dolomiten. Bolzano la guardo dal finestrino dell’auto e poi da quello del treno. Arrivo a Laives dove mi viene a prendere Marco, amico da una vita, compagno di estati al mare. Un tempo duravano tre mesi, di sabbia, palette e secchielli, pallone e bocce. Ed erano lunghissime e te ne tornavi a casa solo all’inizio della scuola, abbronzato e già seccato per l’inizio delle lezioni. Poi il tempo le accorcia e i mesi diventano settimane, le palette diventano sdrai e il pallone rimane unico punto di unione tra quello che eri e quello che sei o sarai. Poi non ti vedi più perché arriva il lavoro e le ferie sono quelle che sono e la casa al mare ti sembra sempre lo stesso posto e la tua voglia di vedere magari ti porta altrove. E rimangono i ricordi come granelli di sabbia infilati nei calzini che saltano fuori quando meno te lo aspetti.
A cena con Marco, Doris e Ivano (i genitori), parliamo della situazione dell’Italia, del mio giro, della festa degli alpini che tutti temevano. “Qua avevano fatto una testa così per la paura degli scontri, per la paura dell’intolleranza, di questo e quest’altro. Poi alla fine passavi per le strade e vedevi che tutto era tranquillo, che gli alpini erano tutti sbronzi e felici e i separatisti tirolesi erano con loro abbracciati a cantare, sbronzi e felici”. Alla fine, come spesso accade, c’ha pensato il Dio Bacco.

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