Quindicesima tappa: Laives – Cortina d’Ampezzo – Conegliano (prima parte)

Laives la lascio alle 8 del mattino. Sino a Bolzano sfrutto il passaggio in macchina offertomi da Doris e Ivano. Le strade sono trafficate, ma niente a che vedere con le code chilometriche di Roma e Milano. Un sole caldo illumina le montagne coperte da una fitta vegetazione. Ai lati dello stradone una ciclabile a due corsie. Rispetto al resto dell’Italia sembra un’autostrada per bicilette, “è però da anni che aspetta di essere completata e noi ancora aspettiamo. Mancano 5 km, la gente è abbastanza seccata, perché questa interruzione rende impossibile raggiungere Bolzano da Laives e Bronzolo”. In quasi tutta Italia infrastrutture del genere sarebbero un sogno, qui si vedono anche i difetti che ci sono e sono visibili nonostante le cose funzionano. “Sì è vero, qui le cose vanno abbastanza bene, ma ci sono ancora anche qui i problemi. Ad esempio il presidente della provincia ha uno stipendio più alto di quello di Obama. Ma ti rendi conto? È una cosa incredibile. Qui in Italia per governare nemmeno un milione di abitanti vieni pagato più del presidente di uno degli stati più importanti al mondo?”. Misteri d’Italia.
Da Bolzano a Fortezza, poi Dobbiaco e pullman sino a Cortina. Due ore e poco più di viaggio, che non sono poche, ma rispetto a ieri nemmeno si sentono. Dalla Val Pusteria si passa il Passo di Cimabanche e si entra nell’Ampezzano. Il Cimabanche fu oggetto di grande considerazione da parte di Mussolini durante il ventennio: lì fece costruire una serie di fortificazioni per permettere la difesa del passo, strategicamente importantissimo per il controllo sia dell’ampezzano che della Val Pusteria. “Nella zona ci sono 6 bunker, una serie di tunnel che girano attorno alla montagna. Si dice, ma questo non lo so precisamente, che uno porti direttamente a Cortina e l’altro a Dobbiaco”. Giacomo parla e racconta, è di San Vito di Cadore, ha lavorato per trent’anni a Milano, “ma se sei nato quassù il richiamo della montagna è sempre forte e arriva un momento che questo diventa impossibile da scacciare”. E così è ritornato là da dove era scappato. “Quando sono partito erano gli anni ’60, il boom era iniziato, l’Italia macinava chilometri e il progresso era qualcosa di martellante. Qui c’era invece ancora la fame, c’era ancora la miseria. I giovani allora partivano, i vecchi rimanevano. Eccezion fatta per Cortina dove i soldi comunque arrivavano, gli altri paesotti della zona si svuotarono da tutta la gente come me che aveva ambizione della vita in città”. Giacomo osserva la valle mentre l’autobus ci porta verso Cortina. “Vedi, quella è la Croda Rossa. È la montagna più bella che io abbia mai visto, è là sotto che ho dato il mio primo bacio, lì che ho chiesto alla mia donna di sposarmi. La vedi e non puoi non innamorartene. Sai perché è così rossa”.
“Immagino che sia per via di qualche minerale”.
“Scientificamente non sbagli, ma non è vero. Non sono i minerali, è l’amore che l’ha resa così. Leggenda narra che un giorno una donna e la sua bambina, ancora in fasce, si perse sulla montagna. La donna cadde in un dirupo, la bambina venne salvata e allevata da una Anguana dei boschi che la allevò tra le marmotte. Il tempo passò e un giorno un principe della zona che stava cacciando nei boschi la vide, se ne innamorò e la portò con sé per sposarla. Arrivati al castello le fu chiesto da dove venisse e quale fossero le sue origini. Lei non sapendo cosa dire arrossì di vergogna e in lacrime se ne andò, scappandosene tra i boschi della sua montagna. Da quel momento la montagna prese il suo colore perché si sentì colpevole di non averle dato una storia prestigiosa. Il principe ritornò a cercarla e quando la ritrovò le chiese di ritornare, lei rifiutò e lui decise di lasciare la sua terra e trasferirsi là, sulla montagna, su quella montagna rossa di vergogna”. Giacomo sorride. “La scienza spiega, le leggende insegnano, alla scienza manca quella parte di mito che illustra la dinamica dei sentimenti, che rende umana la realtà”.
Arriviamo a Cortina, scendiamo. Giacomo mi saluta e sale nell’autobus per San Vito. Io cerco il Quartiertappa. Incontro sulla mia strada Gunther, una vita passata a scalare montagne con le mani e con la bici e a incidere sul legno immagini sacre. “Ne ho scolpite migliaia ormai, prevalentemente Madonne e Cristi. Una statua della Vergine l’ha acquistata il comune di Bolzano e mi ha permesso di passare un signor anno, ho pure rimesso a posto il tetto alla mia baita e di prendermi la bici nuova”. Sorride e indica le vetrine del centro: “le vedi?”. Faccio cenno di sì con la testa. “Da Cortina me ne sono andato da più di vent’anni. Non è più montagna questa, è una vetrina per spendaccioni”. Lui è nato a Cortina, c’ha sempre vissuto, poi l’ha dovuta abbandonare. “Cortina è una splendida puttana d’alto bordo. Si concede a chi può pagarla, a chi se la può permettere. Io non posso e me ne sono andato. Ma è stato giusto così, questa non è più il mio paese, non è più la mia terra. È qualcos’altro, qualcosa che non sento più mia. Un perla forse, ma una perla per gente di pianura. La montagna è altra cosa. La montagna non è Cortina”.

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