Sedicesima tappa: Conegliano – Vedelago – Conegliano

La pianura veneta è un formicaio di strade, stradine, autostrade, fabbriche, case, costruzioni, capannoni e oscenità paesaggistiche. Un tempo, prima del boom, prima della valanga di soldi pubblici che ha inondato il Veneto dopo l’ondata che ha distrutto tutto sotto le pareti di cemento del Vajont, queste zone soffrivano la fame, erano coltivate a grano, canapa e miseria. Tra Conegliano e Vedelago mi fermo a Montebelluna, Mario mi aspetta mi saluta, mi porta in alto, sulla terrazza della sua casa sopra Mercato Vecchio, la cima del paese. “Vardate intorno. ‘Na volta ghe n’era sol che campi, campi e nient’intorno”. Ora il verde ha lasciato spazio ad una distesa di grigio e di nero, di colori accesi di fabbriche e capannoni. Il verde si stende a macchia di leopardo, macchie sempre più piccole. “Qua di verde ci son solo le camice di certa gente”. Mario ha ottantotto anni, è il nonno di un mio caro amico, è memoria storica di questi posti, continua a coltivare i suoi campi, come sempre ha fatto in questi anni. “Finora ho resistito, ho sempre combattuto per questi campi, nonostante c’abbiano provato a farmeli perdere, a farmi fuori. Devi capire che qui costruttori, politici e gentaglia varia vorrebbero li vorrebbero far sparire tutti, vorrebbero far su case ovunque. Hanno costruito ovunque”. Mario guarda le colline, si gratta i capelli bianchi che gli brillano sulla testa sotto i raggi del sole. “Là c’erano filari di rosso, Merlot e Cabernet, di Verdiso, di altre cose, ora è tutto a Glera, qui ormai si fa tutto il prosecco. Quando ero giovane, mangiavo del formaggio buonissimo macerato nel vino. Lo producevano qui, non solo sul Grappa. Ora trovarlo è impossibile perché di rosso non ce n’è più. Solo Prosecco. Xè cusì che se fa i schei. Tanto i conta sol che quei. La Lega parla tanto di difesa del territorio, dice fora dai cojoni a teroni e imigrati, poi però permettono tutto questo”. Mario allarga le braccia, mi guarda e non sa che dire. Poi si rivolge ancora alla pianura e indica la zona delle ville. “La Liga guardava a Venezia, alla Serenissima. Ma si ricordano che qua si pativa la fame? Che questa era zona di pellagra e di morte, che i veneziani ci sfruttavano come cani? La Lega poi parla di Padania. Ma eo che sta Padania? No se pol neanca sentir sta parola. No la esiste”.
Riparto da Montebelluna in bicicletta e raggiungo Vedelago una decina di chilometri più in giù. Le strade del Veneto sono un fiorire di macchine in coda e di rotatorie sorte come funghi in un bosco. Il Veneto è la seconda regione del nord per numero di incidenti mortali in Italia in rapporto agli abitanti. Stragi del sabato sera? Andiamo, non scherziamo, non rendiamo banale un problema serio. Non è il sabato sera a fare le vittime, o meglio, non è solo il sabato sera a fare le vittime. Vittorio è da anni che cerca di insegnare ai ragazzi del trevigiano e del veneziano a non uccidersi per strada, a cercare di salvarsi da quell’intricato labirinto di fanali rossi che è la viabilità veneta. Vittorio ha perso un figlio dieci anni fa: si chiamava Claudio, aveva 22 anni. È stato falciato in motorino da un Bmw guidato da un trevigiano, rispettato e rispettabile, “in pratica un vero stronzo; non contento di avermi ucciso il mio figlio maggiore, ha provato a fare ricorso sostenendo che la colpa fosse di mio figlio perché non aveva messo la freccia per girare. Si era dimenticato che il luogo dove hanno rinvenuto il motorino fosse trenta metri dopo l’impatto e l’ultima svolta fosse cinquanta metri prima. Ovviamente ha perso”. Vittorio va nelle scuole, organizza convegni, cerca di inculcare nei giovani il rispetto per le regole: “non si può dire ai giovani non bevete, è impossibile, non ti ascolteranno perché in Veneto obbligare la gente a non bere vuol dire perdere la propria sfida. Bisogna dire non bere troppo, oppure fattela passare prima di metterti alla guida. La vera cosa da fare nella mia regione sarebbe quella di rimettere a posto le strade. Sino negli anni ’10 del 2000 e abbiamo una rete viaria che dagli anni ’60 non si è adeguata al cambiamento del traffico e della mobilità. Inoltre qui abbiamo la più alta concentrazione di macchine di elevata cilindrata a ragazzi entro i 18 mesi dal conseguimento della patente”. Obbietto che le regole non permettono di guidare oltre una certa cilindrata, Vittorio mi guarda e sorride. “Neppure la cocaina è consentita eppure la gente la tira. Ciò che la legge permette e ciò che si fa nella realtà, in Italia almeno, sono su due piani diversi. Quello che chiedo non è una politica restrittiva, ma una politica educativa. Nelle scuole non riusciamo ad inculcare ai giovani il senso del rispetto di determinate regole. Non me ne frega niente se si rendono illegali droghe e alcool. Non è questo il problema, il problema vero è fare capire ai giovani a cosa andranno incontro nella loro vita. Hanno quasi eliminato l’educazione civica. È possibile? Come fai a eliminare l’unica cosa che dovresti insegnare con particolare attenzione ai bambini. È questo che la scuola dovrebbe fare ed è questo che non fa. Poi però si costruiscono rotonde e si fanno guardrail nuovi. Ma che cazzo servono tutte queste cose se poi la gente non conosce nemmeno quali sono i loro diritti e i loro doveri”. Vincenzo si arrabbia sempre su queste tematiche, Vincenzo non vuole mollare la sua battaglia, Vincenzo è uomo energico che non demorde e che è contento che gli incidenti mortali siano in diminuzione. Vincenzo aveva chiesto che il Giro raccontasse i suoi sforzi, ma il Giro non lo ha ascoltato. Peccato.
Al Giro a Vedelago vince Guardini. Il giovane sprinter della Farnese ha preceduto Cavendish facendo il Petacchi, anticipando intelligentemente il campione del mondo. Guardini è stato furbo, è stato bravo, esplosivo e determinato. Era però tappa corta, tutta all’ingiù, con un rettilineo di cinque chilometri per arrivare all’arrivo. Sono questi gli sprint del veronese. È giovane, deve maturare, deve cercare di reggere le lunghe distanze, altrimenti l’appellativo di Cavendish italiano se lo può appendere in camera. Guardini vince comunque, Cavendish rosica un sacco, se la prende con l’italiano, forse lo manda a quel paese, poi lo elogia alla tappa. Cavendish vorrebbe vincere sempre. Si incavola un sacco se ciò non succede, poi ci ripensa e si calma un attimo.
Riprendo la bici, ritorno a Montebelluna, ritorno a Conegliano. In serata c’è Guido Foddis e la sua Repubblica delle biciclette, c’è il Prosecco di Bruseghin, Amez, sogno ma inteso come idea. Me lo ha detto un basco. Ci si può fidare.

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