Diaciasettesima tappa: Conegliano – Alpe di Pampeago – Trento (seconda parte)

Arrivare a Pampeago da Treviso in tempo per l’arrivo è cosa difficile e quasi impossibile. Due sono i motivi principali. Tra le Dolomiti i treni non arrivano e i collegamenti in bus dagli snodi principali della zona, Trento e Ora, sono problematici causa passaggio corridori. Per questi motivi, pur di arrivare, devo desistere dalla ricerca di treni e mezzi pubblici e affidarmi alla generosità degli altri giornalisti. Viene in mio aiuto Tom, fotografo belga, anzi fiammingo, che ha imparato l’Italiano lungo i chilometri degli otto Giri d’Italia che ha vissuto al seguito della corsa. Tom racconta della sua terra, il Belgio, delle sue divisioni interne tra valloni e fiamminghi, due culture diverse per lingua e tradizioni accomunate da quasi due secoli di storia comune. “Siamo stati quasi un anno e mezzo senza un governo centrale, una crisi politica che non sembrava avere fine, ma non è stato poi un periodo buio, paradossalmente le cose funzionavano e andavano avanti abbastanza bene. Il ritorno di un governo ha per ora solo reso la gente più scontenta, anche perché l’unica cosa che per ora è stata fatta è quella di alzare le tasse”. A Tom l’Italia piace, gli piacciono i paesaggi, il cibo e la cultura, nonostante certe cose per lui siano inconcepibili. Politica, comportamenti, cose del genere.
A Pampeago l’atmosfera è calda, i tifosi sono già accampati da ore, qualcuno dalla notte prima. Le strade sono avvolte da un muro di colore, chiasso, grida. Tantissimi amatori salgono i pendii dell’Alpe, qualcuno è piantato, qualcuno arranca, qualcuno invece va spedito, stacca gli altri. La tappa preannuncia spettacolo, siamo all’ultima occasione buona per oltrepassare lo scoglio cronometro, luogo insidioso per le speranze di scalatori come Rodriguez, Scarponi e Basso, anche perché Hesjedal è ancora vicino e contro il cronometro ne ha più degli altri, o almeno così dicono gli esperti.
Pirazzi va in fuga e non è più una notizia, questa volta è scattato dopo 148 km, Casar che era andato vicino a successo e maglia rosa a Sestri Levante prova a cogliere un successo personale a Pampeago, Sella cerca di riscattare un Giro anonimo, Rohregger prova a dare un senso a quello della Radioshack. Nel frattempo Rujano si ritira. Kreuziger invece ha da dimenticare e far dimenticare la scoppola di Cortina. Non trova nient’altro di meglio da fare che provarci da lontano, di riprendere tutti e lascarseli alle spalle. Vince con in faccia i segni di una faticaccia, gli occhi di chi ha voluto dimostrare di non essere un brocco (Martinelli, d.s. dell’Astana, lo aveva accusato, l’indomani della crisi di Cortina, di non essere né carne né pesce e di non essere capace a vincere) e l’espressione di chi si è preso una bella rivincita.
Dietro la sfida alla maglia rosa latita per oltre 190 km per accendersi e risolversi in circa 3000 metri. A tentare di far saltare il banco è Michele Scarponi che accelera, scatta, ci prova, dà tutto, poi subisce prima l’affondo di Hesjedal e poi il ritorno di Rodriguez. Il canadese continua a non perdere un colpo e anzi a mollarne qualcuno quando ne ha l’occasione. Sull’Alpe guadagna su tutti, soprattutto su Ivan Basso, che sbuffa e impreca, si stacca e perde 36” dall’atleta della Garmin. Da favorito a quarto in classifica e condizione in discesa. La maglia rosa fatica e sembra fuori gioco, poi si mette a ruota di Pozzovivo, lavora di lima e a meno di un chilometro dall’arrivo piazza uno dei suoi soliti scatti, supera l’uomo Colnago e sorpassa pure Scarponi metri e metri più avanti. Difesa alla rosa ad oltranza. Non molla. Come non molla il colombiano Uran. Per lui un 7° posto a meno di un minuto dal ceco dell’Astana, la maglia bianca e un quinto posto in classifica che per un 25enne non è per niente male. Nono Pirazzi che sfugge sempre e in testa non arriva mai. Ma piace lo stesso, piace anche così.
La fatica della salita sono solo un riflesso dei dolori della valle. Luca guarda i corridori passare, gli ultimi ormai, ecco Cavendish, ecco Ferrari, ecco Nizzolo, chiude Guardini, piantato. Vive a Cavalese, è nato a Milano, ma i suoi erano di Stava. Il ciclismo è la sua passione da quando era piccolo. Prima l’amore per Argenti, “il migliore uomo da classiche che abbia mai visto pedalare”, poi quello per Gilberto Simoni, “ma era ammirazione adulta, non più passione giovanile, non più entusiasmo sfrenato. Ricordo però come fosse ieri quando Gibo vinse qui all’Alpe. Fu un giorno di festa. Ero salito in cima con quattro amici, sei bottiglie di rosso e una decina di panini. Avevamo incontrato un gruppo di vecchietti e siamo rimasti là tutto il giorno. Poi mi vedo arrivare Simoni da solo e dietro Garzelli ad una trentina di secondi. Si stavano contendendo la vittoria quell’anno. Il mio atleta preferito che vince sulla salita dietro casa mia. Incredibile. Questo è il ciclismo, ti porta lo spettacolo sotto casa”.
A Cavalese Luca ci arrivò nel 1986, a quindici anni, perché i suoi genitori “decisero così per stare vicini ai parenti dopo il disastro di Stava. Il loro paese era stato distrutto e non resistettero, dovevano tornare a casa”. Il 19 luglio 1985 infatti 160 mila metri cubi di fango spazzarono via l’abitato di Stava uccidendo 268 persone. La miniera di Prestavel, posta pochi chilometri sopra il paesino, era attiva dal XVI secolo, poi nel 1934 iniziò l’estrazione di fluorite, minerale usato in metallurgia per la produzione di alluminio. Accanto alla miniera furono costruiti negli anni due bacini di decantazione per contenere il materiale di scarto dell’estrazione. Fu proprio il cedimento di quello superiore ad innescare la tragedia. Un fiume di fango iniziò a discendere dalla montagna travolgendo tutto e tutti. “La cosa incredibile è che chi aveva la gestione della miniera era a conoscenza della situazione. E non era un problema di mesi o giorni, ma di anni. Anche le indagini della magistratura stabilirono che la discarica non poteva non crollare, perché non vennero mai fatte le modifiche necessarie alla messa in sicurezza dei bacini dopo l’aumento della portata di questi. Già la verifica del 1975 aveva evidenziato come la struttura rappresentasse un pericolo per le comunità sottostante. Prima la Montecatini, poi la Montedison e infine la Prealpi mineraria, le società che negli anni hanno gestito la miniera, se ne sono fregati. E alla fine sono morti 268 persone”. Luca mi guarda con lo sdegno negli occhi. Indica a valle. “Ora c’è una fondazione, Stava 1985, un museo alla memoria. Ma la memoria ha le gambe corte e ce se ne ricorda solo quando una grande manifestazione ci passa vicino. L’Italia dimentica in fretta, l’Italia le catastrofi preferisce eliminarle dalla propria memoria”.

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