Diciottesima tappa: Trento – Passo dello Stelvio – Milano (terza parte)

Lo Stelvio incorona Thomas De Gendt, 25enne della Vacansoleil, autore di un numero pazzesco, di uno scatto secco sul Mortirolo e di una strenua difesa sulle rampe del Gigante, il passo più alto d’Italia, il secondo d’Europa. Vince De Gendt che prova a spaccare la corsa, che a 8 km dall’arrivo sfiora la rosa virtuale per 8”, che alla fine recupera posizioni, cinque, e minuti, tre e ventidue, e si piazza quarto con vista podio considerando le sue buone doti da cronoman e quelle non eccezionali di Michele Scarponi.
Bravo il belga, bravo crederci, a resistere, a combattere. Bravo anche Carrara, scudiero e artefice di un super lavoro per riportare sui primi il compagno appena evaso dal gruppo dei big. Là davanti c’era anche Cunego, all’ennesimo tentativo da lontano in questo Giro d’Italia, discreto ma nulla di più. Questa volta il veronese lotta, resiste, ma deve arrendersi al giovane fiammingo. Sarà secondo, sarà battuto, ma almeno questa volta da un uomo soltanto.
Dietro i big vanno a tratti: spingono, accelerano, Purito prova perfino l’allungo sul Mortirolo (ma nessuno lo segue e desiste), poi si guardano, aspettano che qualcuno prenda in mano la situazione. Ci pensa la Garmin con Stetina che fa un lavoraccio per non far guadagnare troppo terreno al belga in fuga, continua sempre la Garmin con Vande Velde. Quando l’americano finisce le batterie, la situazione ritorna da capo a dodici. Ancora occhiate, ancora studio, ancora una pausa, perché al traguardo mancano ancora molti chilometri, perché siamo alla terza settimana, perché nessuno è sicuro di essere davvero più forte degli altri. E così in testa ci va Hesjedal, che spinge forte ma cercando di risparmiare la gamba, che non vuole perdere la possibilità di vincere la corsa e che forse ne ha di più dei suoi avversari. Il canadese fa il ritmo, la coda del gruppetto perde i pezzi, Basso fatica, si stacca e saluta definitivamente ogni sogno di podio; perde contatto ma non affonda. A piantarsi è invece Pozzovivo che in quattro chilometri perde tre minuti e saluta anche lui i buoni propositi di primi tre posti.
Scarponi è il primo ad attaccare: lui al Giro ci crede ancora. Il suo primo scatto spezza il gruppo, il secondo lascia tutti indietro. Prova a involarsi, ci riesce per un paio di chilometri, poi le gambe si fanno legnose e la sua azione ristagna. Sotto il triangolo rosso ha una ventina di secondi su Purito e Hesjedal. Lo spagnolo vede il marchigiano e lo punta nemmeno fosse un toro di fronte ad una bandiera rossa. L’uomo Katusha si alza sui pedali, accelera e lascia il canadese, recupera l’italiano e raggiunge la quarta posizione a 3’22” da De Gendt. Scarponi giunge 12” dopo, Hesjedal, a 14”. Purito si riprende i secondi persi a Pampeago e porta a quota 31” il vantaggio sul canadese. La cronometro sarà decisiva, la cronometro incoronerà il vincitore.
Alla spicciolata arrivano tutti: l’ultimo è Ventoso a oltre tre quarti d’ora, comunque dentro il tempo massima, comunque in gioco. Salendo tra i tanti tifosi, i corridori si sono trovati un emule di Borat, il film di Sacha Baron Cohen, che vestito solo di un costume verde fluo a bretella correva affianco a corridori chiappe al vento. Qualcuno ha sorriso, qualcuno probabilmente non l’ha neppure visto. Eravamo a 2000 metri, la fatica si sentiva già.
“Oltre i duemila metri la salita cambia, diventa più dura, il tuo corpo sente l’ossigeno diminuire, si respira con più difficoltà e si va prima in acido lattico. È per questo che è facile saltare sulle cime più alte. Qui siamo oltre i 2700 metri, qui le difficoltà sono ancora maggiori”. Alessandro è medico, ciclista per diletto. Seguiva una squadra ciclistica dilettantistica, poi dopo sei mesi la lasciò: “io sono un medico, la mia missione è curare chi sta male, non utilizzare le medicine per curare i sani. E molte volte i dirigenti c’hanno provato a farmi fare ciò. ‘Sai dobbiamo vincere per gli sponsor, dobbiamo fare così, abbiamo i nostri contatti da rispettare’, alla seconda richiesta lasciai, perché non faceva per me, forse il mio successore si è trovato meglio dato che si trova al suo posto da due anni”.
La macchina del fine corsa passa, Alessandro sale in bicicletta, si lega il casco, mi saluta e inizia a scendere. Torno verso il Quartiertappa. Due giovani arrotolano una grande foto di Fausto Coppi in bianco e nero stampata su stoffa: lo Stelvio è la Cima Coppi per eccellenza. Sullo sfondo la neve e la scritta ‘W FAUSTO’, in primo piano il Campionissimo che osserva la scritta. “È stata scattata proprio qui, né. Quella è una foto di Tino Petrelli”. Luigi tira fuori dal portafoglio tre foto, la prima della moglie, ma chiede scusa e mette via, la seconda delle tre figlie, la terza di lui e Tino Petrelli abbracciati e sorridenti. “Tino aveva quindici anni in più di me, iniziò presto come fotografo, sempre qui a Publifoto, a Milano. Entrò come garzone, proprio come me. Io entrai nel ’55, lui era là da una vita. Dopo un po’ di tempo entrammo in sintonia. Tino era un brav’uomo, ogni tanto era insopportabile, ma gli volevo bene”. Luigi rimette la foto nel portafogli. Mi chiede cosa ci faccio qui e perché non sto a scrivere ancora, gli spiego il mio progetto, lui spalanca gli occhi e sorride: “non ho mai sentito di una cosa tanto da pirla. Bravo. La vuoi sapere una cosa? La scritta non la scrisse un tifoso, la scrisse Tino, perché aveva capito che Coppi quel giorno avrebbe fatto una cosa grande. Quella foto è entrata nella storia e anche Tino, perché è tutta opera sua, scenario e scatto”.
Fausto Coppi quel giorno fece davvero la storia. Era il Giro d’Italia del 1953, trentaseiesima edizione. Doveva essere il secondo Giro di Hugo Koblet, il panettiere di Zurigo che per primo riuscì a interrompere il dominio italiano nella corsa rosa nel 1950, che aveva preso la rosa a Follonica e aveva risposto sempre alla grande agli attacchi di Coppi, non perdendo neppure un metro neppure lungo i 164 km del tappone dolomitico da Auronzo di Cadore a Bolzano con Falzarego, Pordoi e Sella. Era la terzultima tappa, Coppi ci prova a ripetizione, Koblet perde duecento metri sul Pordoi, in discesa il riaggancio e l’arrivo in coppia sul traguardo di Bolzano. Il campionissimo alza bandiera bianca e riconosce la superiorità dello svizzero, prende la tappa e promette di non attaccarlo nell’ultima tappa alpina. In albergo la Bianchi prova a fargli cambiare idea, gli ripetono che il Giro non è ancora perso, lo spronano a provarci, ma Coppi non vuole saperne perché ha promesso e un campione rispetta sempre le promesse. L’indomani c’era la Bolzano-Bormio, lo Stelvio giudice di destini, di vincitori e sconfitti. Dopo le prime rampe rimangono in 5: Koblet in maglia rosa, Coppi, Bartali, Defilippis e Fornara. Ettore Milano, fedele gregario dell’Airone, in mattinata aveva avvicinato Koblet e, con la scusa di una foto, gli aveva fatto togliere gli occhiali da sole. Lo svizzero aveva gli occhi stanchi, gonfi e cerchiati. Aveva così avvisato il suo capitano. C’era però la promessa di tregua di mezzo. Se però fosse stato Koblet ad attaccare? La Bianchi fa ritmo indiavolato a inizio tappa, a Trafoi i 5 passano già con un discreto vantaggio sugli inseguitori, Coppi si avvicina a Nino Defilippis e gli chiede se ‘riesce a dare una botta’. Nino lo guarda, gli fa notare che non è uno scalatore, ma che se glielo chiedeva lui allora ci avrebbe comunque provato. Nino prova l’allungo, Koblet prova ad andargli dietro: tregua tradita. Coppi li raggiunse poche centinaia di metri dopo e ripartì fortissimo. La strada continuava a salire tra tornanti e neve, l’Airone scollinò con quattro minuti e mezzo sulla maglia rosa, in discesa lo svizzero da egregio discesista quale era iniziò a guadagnare, poi cadde, forò, disse addio alla rosa. Fausto Coppi vinse, fece suo il suo quinto Giro, tredici anni dopo il primo ed entrò nella leggenda. Fu l’ultima grande vittoria di Fausto Coppi, fu forse la sua vittoria più bella.
Il vento torna a spirare forte, l’aria si raffredda e il mio ultimo passaggio del Giro parte. Mi ospita Paolo Tomaselli del Corriere della Sera. Il Giro è ancora incerto. A Milano il capitolo finale. “È stato un Giro decisamente equilibrato, non brutto, però neppure indimenticabile. Ho letto molte critiche sull’edizione di quest’anno, però credo che in fondo ci sia il solito nostro problema di considerare una corsa bella o brutta in relazione all’andamento degli italiani. Siamo ancora molto provinciali sotto questo punto di vista. Consideriamo ancora il ciclismo in base alla bravura dei nostri. Credo che sia per questo motivo che il Giro non riesca a rosicchiare terreno nei confronti del Tour”. L’Italia non cambia, il Giro neppure.

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