Diciannovesima tappa: Milano (prima parte)

È ora di alzarsi. Ultimo giorno di gara. Crono finale. Tutto si decide. Vincitori e vinti, gloria e rimpianti. In due per la vittoria, in due per il terzo posto. Poi qualcuno potrà guadagnare un posto, forse due, qualcuno li perderà, ma sono posizioni buone per statistici, per i beppeconti della situazione, perché tanto la gente, quella che si fa i chilometri per vedere i corridori salire in salita, sprintare, vincere e cadere, ama tutti ma ricorda solo il vincitore, i vincitori, al massimo chi sale sul podio. È questo che conta ormai.
Alzo la tapparella e con sorpresa noto che anche a Milano qualche volta c’è il sole. Non l’avrei mai detto perché non me l’hanno mai detto, sempre a lamentarsi che a Roma, si sta meglio perché a Roma c’è il sole. Mi preparo ad uscire e il sole però è già sparito, la foschia ha preso possesso di tutto e le nubi sono in avvicinamento. Oggi tutti a piedi, lo impone Pisapia, lo impone l’innalzamento delle polveri sottili e meglio bloccare la città oggi che c’è il Giro, piuttosto che dover sfidare i milanesi un’altra volta. Non so se i sindaci credano davvero a questa formula, oppure la utilizzino solo per far vedere che hanno a cuore il nostro benessere polmonare e che provano davvero a rendere le città più respirabili. Lasciamoli lavorare, amministrano il bene comune in modo talmente accurato e preciso che sarebbe sbagliato crocifiggerli per queste cose. Domenica a piedi e coscienza lavata, ripulita almeno sino al prossimo allarme polveri sottili, alla prossima alternanza di targhe, al prossimo blocco del traffico.
Piazza del Duomo è un tripudio di gente che curiosa si aggira tra stand pubblicitari, magliette e palloncini rosa. I bambini corrono per passare il tempo prima dell’inizio della corsa, prima della sfilata dei loro beniamini, che quest’anno sarà meno parata e più battaglia perché in palio c’è la maglia rosa e il podio, mica cosa da ridere.
Lascio zaino e borsa al Quartiertappa e mi dirigo verso Piazza Filippo Meda, che è a due passi dal Duomo, ma che per arrivarci è uno slalom incredibile, nemmeno fossi Alberto Tomba, tra pischelli esagitati, madri urlanti, giovani dagli occhi rossi e lucidi, e non è certo per il pianto, uomini incravattati che c’è il Giro e mica possiamo farci trovare impreparati da un evento tanto ‘glam’. Una modella passa, un uomo sulla settantina dai capelli alla Briatore, dagli occhiali alla Briatore, dai modi di fare alla Briatore, la guarda, sbava e mi viene addosso. Poi, non contento, mi fa “perché non guarda dove va?”. Lo guardo stupito. “Non per sembrare moralista, ma si asciughi la bava dalla bocca, potrebbe essere sua figlia. Arrivederci”. Bestemmia, mi dà del cafone. Forse c’ha ragione. Ci metto venti minuti ad arrivare dove ero diretto. Indirizzo e campanello l’ho scritto, suono, mi aprono, entro in una casa che probabilmente non potrò mai permettermi. Davanti a me Giorgio, che non è Armani, ma che c’ha gli stessi capelli, che non è stilista ma ingegnere ed esperto di viabilità. “Questa non è frutto del mio lavoro, non ci si arricchisce così tanto a fare quello che faccio. È l’unica cosa che mi ha lasciato mio padre. Il resto se l’è giocato tutto a poker”, dice ridendo. Giorgio è un ciclista, la macchina non ce l’ha perché abitare in centro a Milano e lavorare in centro a Milano, gli agevola gli spostamenti, perché trovare parcheggio è diventata cosa lunga e laboriosa. Giorgio gira da oltre vent’anni in bicicletta e sa cosa vuol dire girare a pedali in una grande città. È per questo che quattro anni fa presentò un piano articolato e praticabile per ridurre traffico e polveri sottili e permettere a tutti i cittadini di muoversi per Milano rinunciando alla macchina. Il sindaco di allora, Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti, detta Letiziamoratti, ha risposto gentilmente con due righe. “La ringrazio per il suo lavoro, ma non era richiesto”. “Quantomeno ha risposto” dice scherzando e versando due bicchieri di Prosecco, di Conegliano, in mio onore, o almeno così sostiene. “Il piano non era niente di innovativo. Consisteva nella creazione di quattro parcheggi in periferia. Avevo individuato già le aree ed erano tutte vicine a stazioni ferroviarie o della metropolitana, bisognava solo recuperarle, perché zone industriali non più attive e destinate ad altro utilizzo. Al di fuori di questi parcheggi, oltre ai servizi pubblici, avevo predisposto la creazione di un servizio di bike sharing e la creazione di una rete di ciclabili che dall’hinterland portavano in centro. Niente eco pass, niente blocco del traffico, solo una serie di infrastrutture razionali e ben studiate per incentivare la mobilità su due ruote. Nient’altro che l’importazione di un modello che a Berlino funziona e che evita traffico, incidenti e incazzature ai cittadini”. Giorgio, dalla grande libreria che copre la parete del soggiorno dietro il divano su cui siamo seduti, prende un quaderno ad anelli. Estrae due fogli conservati dentro due buste trasparenti. “Guarda la differenza. Questo è il sistema di ciclabili di Milano a confronto con quello di Vienna. Nel secondo foglio è un continuo di linee di diversi colori, il primo, quello di Milano è niente più che un tratteggio, una specie di puntini da unire tipo il gioco che trovi nella Settimana enigmistica. Questo è il piano di ciclabili di Bratislava, questo di Budapest. Sono tutti più avanti di noi”. Giorgio versa un altro bicchiere di Prosecco e si accende il sigaro che riposava bruciacchiato nel posacenere. “Il problema è che in Italia non si vuole venire a capo del problema. Perché se gli amministratori avessero davvero il desiderio di diminuire traffico e dare spazi alle bici, lo farebbero senza troppe storie. Non è difficile, basta mettere mano alla viabilità ordinaria di una città. Quello che fa Salva i ciclisti è bello, e fate bene a continuare così, perché girare in bici in città non solo è bello, ma sarebbe soprattutto conveniente sia alle amministrazioni cittadine che in questo modo si troverebbero ad affrontare meno spese per la risistemazione delle strade e meno manutenzione per gli incidenti che rovinano guardrail, segnaletica ecc., secondo perché ridurrebbe le emissioni di gas pericolosi e nocivi. E pensa alla diminuzione di imbottigliamenti, code e casini vari. Sarebbe un innalzamento della qualità della vita, un vero e proprio salto in avanti. La cosa che mi fa arrabbiare è che il Giro dovrebbe fare qualcosa di più. Dire ad esempio: ok noi ti portiamo la tappa e visibilità e tu metti a posto le ciclabili e se non ci sono le crei. Non l’hanno fatto, non lo hanno nemmeno pensato, mi sa. Continuano a mettere bollini. Mah”. Giorgio si alza e mi porta nel suo studio e mi indica la sua bici, una vecchia Bianchi degli anni ’70. “La mia prima e unica bici. Me la regalarono che avevo una quindicina d’anni, l’ho usata un sacco sino ai 18, poi me ne ero completamente dimenticato e l’avevo lasciata a prender ruggine alla casa al mare. Quando mi sono stufato di dover cercare parcheggio l’ho ritirata fuori, l’ho rimessa in sesto e adesso giro quasi solo con questa”.
Lo saluto e riscendo tra le strade del centro, ancora pieno, ancora più agitato, ancora più esultante per il passaggio dei corridori. Phinney sbaglia strada, si ferma, torna indietro e continua. Addio sogni di vittoria. Qualcuno ride davanti ai maxischermi, qualcun altro si lamenta per il caldo, qualcuno corre trafelato, qualche giornalista cercano il personaggio giusto per un’intervista, io cerco da mangiare.

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