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Quindicesima tappa: Laives – Cortina d’Ampezzo – Conegliano (terza parte)

Da Calalzo a Belluno la ferrovia costeggia il Piave. “La Piave perché l’acqua xé femena”, mi ricordava sempre Antonio, un giovane vecchio di Conegliano, abitudinario di vino e di bar, amante di Proust e Baudelaire. Ora il Piave, o la Piave che sia, è la controfigura di se stesso, del fiume sacro alla patria. Giù lungo la discesa che porta alla pianura, il fiume diventa un rigagnolo di miseria d’acqua che si perde nel suo enorme alveo di pietra e tristezza. Il Piave, il fiume più sfruttato d’Europa, prosciugato dell’anima da mamma Enel, con le sue centrali, le sue turbine, le sue fabbriche che prendono acqua e riversano veleno. Il Piave che ha l’8% della portata idrica nazionale, ma fornisce il 15% della produzione idroelettrica italiana. Il Piave che ha portato via i residui dell’idiozia umana che ha spazzato via interi paesi e intere storie ai piedi della diga del Vajont, diga che c’è ancora, che è perfetta, che domina ancora tutto dall’alto. La diga ha resistito, non è stata toccata, l’ondata ci è passata sopra prima di travolgere tutto e tutti. Il problema è questo, l’ingegneria non ha sbagliato, il buon senso sì. “Il monte sopra la diga si chiama Toc, e si chiama così non a caso. Da sempre la gente del luogo ha avuto a che fare con questa montagna. Toc, in veneto vuol dire pezzo, in friulano marcio, guasto. È un toponimo, è risaputo che fosse terreno di frane. Nessuno ha ascoltato le voci della gente di Longarone, di Casso e di Erto. Hanno costruito, hanno inaugurato, sono morte 2000 persone. Per anni l’Italia ha ricordato, poi si è lasciata convincere che la colpa fosse strutturale. Mi fa ridere, non è così. È stata la montagna a venir giù, una delle più grandi frane mai viste. È la montagna che ha punito l’uomo, la sua sfrontatezza, la sua avarizia di acqua e territorio. La mia famiglia veniva da qui. Io sono del 1964, sono nato a Vicenza solamente perché lì mia madre aveva la sorella sposata con uno del posto. Ci andò da sola, mio padre è rimasto qua sotto, chissà dove”. Roberto guarda la valle, scende a Belluno, ora vive là, abbastanza lontano per non ricordare ciò che nemmeno ha visto ma che nonostante tutto ha vissuto, abbastanza vicino per non sentirsi lontano dalle sue origini.
Le mie mi riportano a Conegliano, mi riportano tra pianura e collina, tra fabbriche e campi, nel cuore pulsante del Veneto che non vuole bene, nel Veneto che forse ha dimenticato da dove viene, che a volte dimentica da dove è scappato.

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Quindicesima tappa: Laives – Cortina d’Ampezzo – Conegliano (seconda parte)

La corsa si accende sulla Forcella Staulanza, deflagra sul Passo Giau. Sulla terza salita giornaliera Caruso della Liquigas impone un ritmo indemoniato, in molti si staccano, selezione da dietro si dice in gergo. Tra i tanti perde terreno pure Roman Kreuziger. Il ceco è stanco, perde uno-due-tre-dieci metri, alza bandiera bianca, si ritrova a boccheggiare a maledire salita e pedali. Finirà ad oltre 11’, finirà per dire addio a sogni di gloria e di alta classifica. Gli altri rimangono a ruota, dietro alla Liquigas, dietro a Basso. Poi la discesa e il Giau che si erge a giudice. Capecchi fa ritmo pesante, poi si stacca sfinito e lascia il suo capitano da solo. Il varesotto da due strinate che fanno male e sgretolano il gruppo. Rimangono in sei, dietro Nieve da solo a cercare di rientrare sui migliori, alle spalle un gruppetto più nutrito che fatica e cerca di non perdere troppo. Tra questi Cunego e Intxausti. Gadret è con loro, ma esce e cerca di ritornare sui primi, prova a rinverdire i ricordi di un anno fa, quando non perdeva terreno, quando salì sul podio, ma solo sulla carta, ma solo post squalifica di Contador. Il francese raggiunge Nieve, poi viene rimbalzato. In discesa vengono ripresi, chiuderanno nel secondo gruppo. Continua a leggere…

Tredicesima tappa: Milano

Il Giro si riposa e cerca di recuperare energie per il gran finale. Cortina d’Ampezzo, Alpe di Pampeago, Passo dello Stelvio, tre tappe tre da vertigine, tre tappe tre che decideranno il Giro, che lo accenderanno, si spera, che proclameranno i vincitori, i vinti, sorprese e delusioni. Poi la cronometro conclusiva, a Milano, per rimettere ancora tutto in discussione se non c’hanno pensato le montagne, per perfezionare classifica generale e distacchi.
Mancano 955 km alla conclusione, di questi 153,3 in salita, con il naso all’insù verso cime che hanno fatto la storia, più o meno recente, della corsa rosa. Perché il Giro lo fanno i corridori e le loro azioni, ma lo scenario a volte fa la differenza, permette di dipingere meglio i particolari in primo piano, risalta il rosa, la fatica, le imprese.
Per arrivare a Cortina gli atleti si troveranno di fronte Valparola, Duran, Staulanza e Giau, poi una picchiata di 20 km, anch’essi buoni per attaccare, per fare selezione. Salita difficile il Giau, 10 km al 9,3% con pendenze che salgono al 14%, discesa tecnica, nella prima parte, veloce nella seconda. Sarebbe stato finale perfetto per Nibali; lo squalo dello Stretto però farà il Tour. Qualcosa potrebbe fare Scarponi o Kreuziger, perché Basso può essere staccato, Joaquim Rodriguez un po’ meno. Continua a leggere…

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