Tag Archive | Cunego

Diciasettesima tappa: Conegliano – Alpe di Pampeago – Trento (prima parte)

Dalle colline alla pianura trevigiana, dal Monticano al Sile, passando tra capannoni e campi. Il treno è pieno zeppo quando parto. I pendolari della Marca che si spostano per raggiungere lavoro e denaro. I soliti problemi, le solite attese per un posto, i soliti disagi di Roma e Milano, con treni colmi di anime produttive, con lamentele a mezza voce e bestemmie chiuse tra i denti. Il sole batte e la temperatura è rovente, Treviso è un cumulo di gente eccitata per l’arrivo del Giro. Le vetrine è un tripudio di rosa, le donne della Treviso bella e ricca, hanno tutte un particolare di quel colore, un accenno alla corsa, il loro tributo personale al suo passaggio. Una moda come tante, una moda che sorge in un attimo e sparisce quello dopo. Ai trevigiani piace così, passare da un modo di fare e un altro, da una passione a quella successiva.
“Non c’è stata mai tanta gente ad una partenza da inizio Giro. È incredibile. Qui sembrano vivere di ciclismo”. Fotografo da vent’anni, prima edizione in carovana. Si guarda attorno è piacevolmente stupito. Non sbaglia. Il ciclismo in Veneto è sport amatissimo. Nei fine settimana primaverili, estivi e autunnali, le strade di queste zone si riempiono di appassionati più o meno in forma, di ciclisti della domenica che tentano di portare a termine ciò che il dottore ha prescritto, di enociclisti in cerca di ‘ombre’ e sport a buon mercato, di dilettanti in preparazione e pensionati a passeggio. Continua a leggere…

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Quattordicesima tappa: Milano – Falzes – Laives (Bz) (terza parte)

Era il 25 maggio di 8 anni fa, c’erano 217 km da percorrere, da San Vendemiano (Tv) a Falzes, c’era Popovych in maglia rosa, c’era Simoni pronto per vincere il suo terzo Giro d’Italia, c’era il Furcia e la salita verso Tarento ancora da affrontare. Sul Furcia ci provò Simoni, ma Popovych chiuse subito, allora ecco Cunego, al tempo compagno di squadra di Gibo alla Saeco, a provarci, a prendere il margine giusto, ad andarsene. Due compagni di squadra in fuga, pronti a dargli una mano a scortarlo sino all’ultima ascesa, lì un altro scatto a togliersi di dosso l’incomodo Abersold e a prendere la via del paradiso. A ventidue anni il Giro d’Italia, il primo e l’ultimo per ora. Una vera e propria impresa, un salto di 59 km per prendersi la rosa.
Nel 1997 la tappa invece partiva da Predazzo, 222km e 6 passi da superare. La tappa la vinse Rubiera, Gotti mantenne la rosa e Tonkov abbandonò i sogni di gloria. Quel giorno fu un giorno di pioggia, di freddo, da tregenda. Per Chechu la prima vittoria in carriera, un decimo posto finale, sembrava l’inizio di una carriera da uomo da corse a tappe. Divenne un ottimo gregario. Continua a leggere…

Nona tappa: Firenza – Sestri Levante – Torino (seconda parte)

Calda e colorata, un mare limpido, calmo. Sestri si specchia sul Tirreno, come sempre. La gente attende la corsa rosa dal 2006, c’è attesa, gioia, festa. L’ultima volta vinse Horrach, era la 12° tappa del primo Giro di Ivan Basso: partenza da Livorno, 171 km piatti all’inizio, movimentati nel finale. In fuga ci vanno in 14, sull’ultima salita, il Valico di Guaitarola, partono Mori e Sella, prendono un buon margine, sembrano destinati a giocarsi la vittoria, poi la discesa e due cadute frenano la coppia di testa. Mori addirittura ruzzola fuori dal guardrail, Sella ci impatta. Li raggiungono Baliani, Belli, Engels, oltra allo spagnolo della Caisse d’Erpaigne. Quest’ultimo se ne resta sornione, controlla, poi con un allungo all’ultimo chilometro beffa tutti. Gruppo a oltre 7’. Classifica rimescolata, ma non tra i big, che si controllano, fanno qualche scatto, ma niente di che.
Il Quartiertappa è in una scuola, fuori un campetto da calcio nuovo di zecca, qualche giornalista che gioca blandamente. Arrivo al rinfresco ma è già tutto finito, c’era poca roba, mi dicono che il Comune non investito granché, che ha elemosinato qualcosa tra i forni del paese. La focaccia è buona, ma non riempie. Esco a farmi un giro per il paese. Due baie, al centro un promontorio e poi case in stile ligure. Fa caldo, ma l’aria di mare è piacevole e rende innocui i raggi del sole. Gli albergatori si lamentano della crisi del turismo, i commercianti si lamentano della crisi del turismo, la gente si lamenta delle lamentele di tutti. Meno male c’è il Giro, che è un buon diversivo per non pensare alle noie di tutti i giorni. Due ragazzi mi raccontano che Sestri è una città record: 6000 patenti ritirate in due anni per tasso alcolico fuori norma, un milione di euro di incasso. Pochi soldi alla comunità.
In sala stampa è in corso la presentazione della nuova pubblicazione de ‘La Gazzetta dello sport’ sulla storia del Giro d’Italia. Marco Pastonesi, Pier Bergonzi e Claudio Gregori presentano l’opera con un ospite d’eccezione: SuperMario Cipollini. L’ex campione del mondo e recordman di successi nella corsa rosa parla, discute di ciclismo, della corsa che si sta muovendo per il paese, di Cavendish, suo erede ma nemmeno troppo. Si lamenta per il poco coraggio degli atleti, per una corsa un po’ monotona, per la mancanza di un vero leader carismatico. Com’era lui, come lo è ancora. Lo vedi parlare e capisci di avere di fronte un capo naturale, non per arroganza o vanagloria, ma per carattere e personalità. Interviste di rito, spazio per i fotografi, poi si presta con gentilezza a farsi ritrarre con il logo di Salva i ciclisti: lui ciclista lo è stato, ciclista lo è ancora, in bici ci va regolarmente e se la carta d’identità non dicesse 42 anni, non te ne accorgeresti nemmeno che sono ormai 5 anni che non domina le volate. Una carriera durante la quale ha vinto tutto quello che uno sprinter può vincere: 189 vittorie, 42 tappe al Giro, 12 al Tour, 3 alla Vuelta, una Milano-San Remo, una Gand-Wevelgem. Da piccolo me lo ricordo che sovvertiva l’immagine del ciclismo, la svecchiava: maniche arrotolate alla spalla per evitare l’abbronzatura da muratore, tutine con fantasie strambe per stupire, caschi aerografati come i motociclisti, bici sgargianti, modi di fare fuori dalla norma. Ricordo il body da cronometro che ritraeva le fasce muscolari, quello leopardato. Stile, un po’ tamarro certo, ma terribilmente diverso da quello dei suoi colleghi. Continua a leggere…

Prima tappa: Roma – Verona – Bologna

“Eo che quel zaino pien de nient? Cosa te fa? Te parti? Da solo?”.
“Sì”.
“E par dove?”.
“Grecia”.
“E parché?”.
Alla mia esitazione, il vecchio Beppo mi guardò e, con fare da saggio, diede lui la risposta per me.
“Se parte sol che par do motivi: o te scapi da qualcosa o te tzerchi qualcosa”, detto questo ingollò il suo primo bicchiere di prosecco della giornata, nove e qualcosa della mattina, e mi augurò buon viaggio.
Avevo vent’anni, il primo anno di università alle spalle e un’estate da barista in una delle tante spiagge stanche della riviera veneta, per raggranellare un po’ di soldi. Mi ero completamente dimenticato in questo tempo di Beppo e di quel suo discorso, nonostante lo veda sempre quando torno a casa #1, nonostante lui non sia cambiato per niente nonostante i sette anni trascorsi: seduto al bar, bicchiere in mano e Gazzetta dello Sport il mattino, Corriere e Gazzettino il pomeriggio. Mi è venuto in mente adesso che sto partendo di nuovo. L’altra volta c’ha avuto ragione: partivo per scappare, forse, perché mi sentivo di perdermi e stare lontano da impegni, scadenze, ecc.; ora non so perché sto partendo, ma sono abbastanza sicuro che me lo dirà il tempo. Quello che so è che c’è un Giro d’Italia da vedere da vicino.
Questo progetto è partito all’improvviso, in un paio d’ore di una mattina di un giorno di maggio. Tre tappe se ne sono già andate, ma erano su al nord, nella piana danese, è successo poco o nulla, quindi poco male. Ieri il carrozzone è rientrato in Italia, ha riposato per riprendersi dal lungo trasferimento e oggi è ripartito, da Verona e proprio da Verona parte la mia rincorsa al Giro.
Parto da Roma, perché lì mi trovavo, tappa a Bologna e su verso Verona. Non appena scendo dal treno una vampata di caldo mi investe, il sole è lieve e non batte troppo, ma l’afa è già presente e probabilmente aumenterà nel pomeriggio. Un vecchietto vede il mio disappunto per le condizioni climatiche e mi fa “e nel pomeriggio non migliorerà, non c’è ancora accenno del vento del Garda, ti tocca soffrire”. Continua a leggere…

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