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Sesta tappa: Roma- Frosinone- Roma (seconda tappa)

Jonnhy Rizzo sembra contento. Di solito i miei amici alla sola parola ciclismo tremano e cercano in qualsiasi modo di non darmi corda. Dicono che è uno sport per vecchi, noia allo stato puro. Li lascio parlare, le prime volte ho provato a spiegare loro qualcosa, ma è stato inutile perché chi non vuol sentire si tappa le orecchie e preferisce concentrarsi sul rumore di fondo piuttosto che sulle tue parole. ‘U ministru, invece, guarda, ascolta scruta cosa accade ed è contento per il suo accredito stampa giornaliero. Il gruppo si avvicina e ce ne andiamo all’arrivo.
Sul traguardo c’è frenesia, i fotografi sono appostati per cercare la posizione migliore per i loro scatti, il servizio d’ordine cerca di tenere a bada i giornalisti e li chiude in un recinto. Ci finiamo anche noi, dopo però esserci persi per cinque minuti buoni in zona palco, tra miss e gente elettrica per le miss e per i lavori di contorno che dovevano essere finiti alcuni minuti prima.

All’ultima curva Impey sbaglia l’ingresso e Goss allarga quel tanto che basta per farsi tamponare da Pozzato. Succede il macello. Vanno giù in una decina, Cavendish compreso (e non è una novità), davanti parte lungo Nizzolo, giovane speranza italiana della RadioShack, uno che promette bene e che se tutto andrà per il verso giusto potrà vincere molti sprint nei prossimi anni, ma il ritorno di Francisco ‘Fran’ Ventoso è rabbioso e vincente. Trionfa lo spagnolo. E in un giorno di vento non poteva esserci vincitore migliore, Ventoso. Continua a leggere…

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Sesta tappa: Roma – Frosinone – Roma (prima parte)

Inizia la seconda settimana, rincomincia il mio Giro, destinazione Frosinone. Spostamento facile, nessun cambio e poco più di un’ora e mezza di viaggio. Dalla capitale alla Ciociaria. Con me un ospite assai gradito, Giovanni Rizzo, ‘u ministru’, siciliano di Lecco, cresciuto tra i carciofi di Niscemi, provincia di Caltanissetta.
Tira un vento cane e il sole non riesce a scaldare. All’orizzonte ci sono nuvole che promettono pioggia. Termini è il solito bordello, gente dappertutto, uomini e donne che si guardano attorno, che cercano di individuare il binario giusto per partire, che vanno in cerca di qualcosa o qualcuno. Sono le 10, i pendolari sono già partiti e quindi probabilmente il viaggio sarà tranquillo e seduto. Due ore e mezza prima sarebbe stato l’inferno. Per i lavoratori che partono il mattino la storia è sempre la stessa. Treni strapieni, ritardi all’ordine del giorno, in pratica un carro merci su rotaie.
Passiamo per la campagna romana, poi la strada sale e il paesaggio cambia, i campi coltivati si trasformano in prati e le colline diventano quasi montagne, i paesi si arroccano e si diradano. Il tepore della città si trasforma in temperature più rigide, ma tutto sommato accettabili. La Gianna continua a soffiare, il ritardo oscilla tra dieci e quindici minuti. A Frosinone scendiamo dodici minuti dopo dell’orario esatto. Tutto sommato c’è andata bene. Fuori dalla stazione ci accoglie una città come tante. La città vecchia la vedo da lontana, tutta abbracciata alla collina, la città nuova ce l’abbiamo davanti. Un’accozzaglia di palazzoni anni ‘50/’60, intonaco scrostato, colore sbiadito, che si incastrano come un puzzle con casette a due-tre piani dell’immediato dopoguerra, qualcuna ben conservata e adornata, qualcun’altra in evidente stato di abbandono. La cosa migliore è la presenza di alimentari e norcini, posti da affettati e sapori genuini utili a tirare su il morale. Porchetta e prosciutto di Norcia ti mettono il buonumore, un parchetto con tanto di giochi per i bambini ci permette di ristorarci. Poi di nuovo in marcia a cercare un Palasport che non vediamo. Vediamo l’arrivo e lo raggiungiamo. Chiediamo informazioni ad una ragazza che però non è molto accurata nelle spiegazioni, ci parla di un edificio arancione, “l’unico palazzo bello di Frosinone bassa”. Lo cerchiamo. Fuori dalla zona del traguardo parliamo con un signore dell’associazione Carabinieri al seguito del Giro. È di Milano e non ha la minima idea della topografia della città. È paonazzo in faccia e abbiamo la sensazione che una volta terminata la tappa si ritirerà con i compagni a fare baldoria. Mi fa sentire bene perché l’evidenza che, nonostante gli anni che passano, si possa continuare a fare festa con amici e gente conosciuta da poco mi dà fiducia nel futuro. Per fortuna iniziamo a trovare sul nostro cammino la segnaletica rosa. Quartiertappa avanti. Seguiamo le frecce e ci troviamo nel quartiere dello sport. Davanti a noi uno stadio fatiscente con la copertura della tribuna centrale a metà crollata e un parcheggio enorme di ghiaia e asfalto sbriciolato. In fondo scorgiamo il palazzo arancione del quale, pocanzi, la tizia ci aveva accennato. Lo guardiamo e ci viene da ridere, ma a denti stretti. “Andiamo bene, pensa gli altri”. L’edificio è un niente di che e sa di abusivismo e cattivo gusto, come un po’ tutta la parte di città nella quale abbiamo camminata. Per fortuna che il palazzetto è vicino e troviamo subito qualcuno con cui andare al buffet, dove, oltre ad una pasta che è meglio non mangiare, danno mozzarelle che sono un tripudio di bontà e della Passerina del Frosinate, buona, fruttata e fresca.
Il tempo sembra buttarsi in pioggia, qualche goccia cade, poi il vento cambia e le nubi nere come pece si limitano a gravitarci sulla testa senza scrosci. La tappa è partita da un’oretta e va via tranquilla, tre uomini in fuga, dietro il gruppo. A Frosinone il Giro ha fatto tappa tre volte: nel 1975 non ero nato, nel 1985 ero da pochi mesi nato, nel 2005 me lo ricordo l’arrivo. Frazione movimentata, un continuo saliscendi nel finale, il gruppo agli ultimi chilometri ci arriva sgranato, una lunga fila indiana, solo in cinque o sei a contendersi la vittoria. Paolo Bettini, in maglia rosa, parte lungo, lunghissimo, dietro Baden Cooke recupera e prova a infilarlo sulla sinistra verso le transenne. Il Grillo lo chiude e l’australiano cade. I giudici danno la vittoria a Mazzanti, secondo al traguardo, e retrocedono all’ultimo posto l’atleta di Cecina, che mantiene comunque la maglia rosa. Bettini mi è sempre piaciuto per cui il mio giudizio sull’accaduto è di parte e assolutamente fazioso, però squalificare il Grillo non credo sia stato corretto, perché la pirlata l’ha fatta Cooke, quando con una strada intera libera si è infilato a sinistra. Comunque sono eventi di più di sette anni fa e rivangarli è inutile.

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