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Diciannovesima tappa: Milano (seconda parte)

Marco Pinotti. Vince l’ingegnere. È soddisfatto il bergamasco della Bmc nonostante l’idea di far classifica si sia arenata contro lo scoglio degli anni che passano e di una gamba che, almeno nelle tre settimane, non è più quella di una volta. L’ultima cronometro è sua, ora la lotta vera, quella per la vittoria finale. Nessuna passerella com’era accaduto l’anno scorso, con Contador già sicuro da almeno una settimana di aver fatto suo il Giro, salvo poi dover ridare indietro maglia e trofeo a causa della squalifica per la positività al clenbuterolo al Tour 2010. Alla partenza i primi quattro sono concentratissimi, nell’aria c’è tensione. Joaquim Rodriguez è primo con 31” secondi di vantaggio su Ryder Hesjedal, 1’51” su Michele Scarponi e 2’18” su Thomas De Gendt. Gli altri più distanti, fuori dai giochi. LA cronometro è stata accorciata di un chilometro e mezzo e ora misura 28,5 km. Poco cambia. Hesjedal è il favorito, Purito però si è detto fiducioso. Qualche giornalista ha rimesso in ballo il nome del belga della Vacansoleil per la vittoria finale, ma due minuti sono tanta roba da recuperare e Thomas non fa di cognome Indurain o Armstrong e non è tantomeno un Cancellara.
I primi, che poi in realtà sono gli ultimi a salire in bicicletta, partono, uno dopo l’altro. De Gent inizia calmo poi inizia ad ingranare, Scarponi è agnello sacrificale perché a cronometro non è mai andato forte e i 27” di vantaggio sul 4° sono un lampo a perdersi per strada. E infatti a metà ancor prima di metà percorso il marchigiano inizia a salutare anche il gradino più basso del podio, che prende e se va, travalica i confini italiani e atterra nelle Fiandre, a casa De Gendt. Era dal 1995 che il podio non batteva tre bandiere straniere. Primo Tony Rominger, secondo Evgenij Berzin, terzo Petr Ugrumov. Prima di allora era successo altre tre volte: nel 1988 Hampsten, Breukink e Zimmermann, nel 1987 Roche, Millar, Breukink e nel 1972 Merckx, Fuente, Galdós. Continua a leggere…

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Diciannovesima tappa: Milano (prima parte)

È ora di alzarsi. Ultimo giorno di gara. Crono finale. Tutto si decide. Vincitori e vinti, gloria e rimpianti. In due per la vittoria, in due per il terzo posto. Poi qualcuno potrà guadagnare un posto, forse due, qualcuno li perderà, ma sono posizioni buone per statistici, per i beppeconti della situazione, perché tanto la gente, quella che si fa i chilometri per vedere i corridori salire in salita, sprintare, vincere e cadere, ama tutti ma ricorda solo il vincitore, i vincitori, al massimo chi sale sul podio. È questo che conta ormai.
Alzo la tapparella e con sorpresa noto che anche a Milano qualche volta c’è il sole. Non l’avrei mai detto perché non me l’hanno mai detto, sempre a lamentarsi che a Roma, si sta meglio perché a Roma c’è il sole. Mi preparo ad uscire e il sole però è già sparito, la foschia ha preso possesso di tutto e le nubi sono in avvicinamento. Oggi tutti a piedi, lo impone Pisapia, lo impone l’innalzamento delle polveri sottili e meglio bloccare la città oggi che c’è il Giro, piuttosto che dover sfidare i milanesi un’altra volta. Non so se i sindaci credano davvero a questa formula, oppure la utilizzino solo per far vedere che hanno a cuore il nostro benessere polmonare e che provano davvero a rendere le città più respirabili. Lasciamoli lavorare, amministrano il bene comune in modo talmente accurato e preciso che sarebbe sbagliato crocifiggerli per queste cose. Domenica a piedi e coscienza lavata, ripulita almeno sino al prossimo allarme polveri sottili, alla prossima alternanza di targhe, al prossimo blocco del traffico.
Piazza del Duomo è un tripudio di gente che curiosa si aggira tra stand pubblicitari, magliette e palloncini rosa. I bambini corrono per passare il tempo prima dell’inizio della corsa, prima della sfilata dei loro beniamini, che quest’anno sarà meno parata e più battaglia perché in palio c’è la maglia rosa e il podio, mica cosa da ridere. Continua a leggere…

Quattordicesima tappa: Milano – Falzes – Laives (Bz)

Riparte il Giro e riparte anche il viaggio. Da Milano a Falzes, Val Pusteria, provincia di Bolzano. I corridori partono da Limone sul Garda, che sarebbe stato anche bello visitare, però il treno non passa attraverso il lago e soprattutto non viaggia a duecento all’ora come un Frecciarossa. Per cui alzataccia, zaino in spalla e via per tre regioni, con tre treni e un pezzo a piedi sperando in un passaggio amico. In totale circa 400 km da percorrere e oltre 6 ore di treno. È martedì mattina è ora di viaggio per i pendolari. C’è chi entra a Milano e chi esce, chi si muove verso i paesi dell’hinterland, chi si sposta nel bresciano. Il treno per Verona è imballato di gente, un posto a sedere non lo si trova nemmeno a pagarlo oro, “e sarà così sino a Rovato, poi piano piano la gente scende e un posto lo trovi. Questa è la norma per noi, Moretti si fa bello e si fa fotografare a bordo dei treni ad Alta Velocità, con personaggi illustri che gli dicono ‘oh che bello, oh che comodo, oh che efficiente’ e poi si dimentica di chi il treno lo usa tutte le mattine magari per andare a Monza o a Lodi e si ritrova al freddo d’inverno, in un forno d’estate. Alla faccia del servizio pubblico”. Maria Rita è da quindici anni che prende il treno per andare a lavorare fuori Milano e in questo lasso di tempo ha notato un netto peggioramento dei trasporti, “un declino verticale. Quindici anni fa, ma anche dieci anni fa, c’erano il doppio dei treni, lo stare in piedi era un eccezione, non la regola. Poi si è limato qui, si è limato là e siamo arrivati ad oggi dove non si riesce più quasi a prendere il treno: siamo trattati come merci e il prezzo dei biglietti è sempre maggiore. Stanno costruendo l’Alta Velocità dappertutto e va bene, però dovrebbero tenere in considerazione anche la gente normale, non avere a cuore solo la comodità del manager in viaggio di lavoro”. Non è l’unica lamentela che sento durante il viaggio. La gente è arrabbiata, si sente presa in giro, si sente impotente. Dopo poco meno di un’ora riesco a sedermi. Mi addormento all’istante, mi risveglio a Verona. Continua a leggere…

Tredicesima tappa: Milano

Il Giro si riposa e cerca di recuperare energie per il gran finale. Cortina d’Ampezzo, Alpe di Pampeago, Passo dello Stelvio, tre tappe tre da vertigine, tre tappe tre che decideranno il Giro, che lo accenderanno, si spera, che proclameranno i vincitori, i vinti, sorprese e delusioni. Poi la cronometro conclusiva, a Milano, per rimettere ancora tutto in discussione se non c’hanno pensato le montagne, per perfezionare classifica generale e distacchi.
Mancano 955 km alla conclusione, di questi 153,3 in salita, con il naso all’insù verso cime che hanno fatto la storia, più o meno recente, della corsa rosa. Perché il Giro lo fanno i corridori e le loro azioni, ma lo scenario a volte fa la differenza, permette di dipingere meglio i particolari in primo piano, risalta il rosa, la fatica, le imprese.
Per arrivare a Cortina gli atleti si troveranno di fronte Valparola, Duran, Staulanza e Giau, poi una picchiata di 20 km, anch’essi buoni per attaccare, per fare selezione. Salita difficile il Giau, 10 km al 9,3% con pendenze che salgono al 14%, discesa tecnica, nella prima parte, veloce nella seconda. Sarebbe stato finale perfetto per Nibali; lo squalo dello Stretto però farà il Tour. Qualcosa potrebbe fare Scarponi o Kreuziger, perché Basso può essere staccato, Joaquim Rodriguez un po’ meno. Continua a leggere…

Dodicesima tappa: Milano – Pian dei Resinelli – Milano (seconda parte)

La pioggia non si arresta, per fortuna mangiamo benissimo, dal pesce di lago alla cane, dalle crespelle ai formaggi locali, speciali; c’è poco da dire, in Lombardia i formaggi sono uno spettacolo. Uno spettacolo come quello che da lì a poco mette in scena Matteo Rabottini, pescarese classe 1987, 151 km di fuga da solo, quattro Gpm vinti e successo finale ottenuto resistendo alla rimonta di Joaquim Rodriguez, restandogli a ruota e superandolo ai venti metri dall’arrivo. Bravo Puirito, partito ai 1500 m dall’arrivo con uno scatto potente che ha lasciato tutti gli altri favoriti per il successo finale sui pedali. Saluti a Scarponi, il primo a cercare di lasciare il gruppo buono, saluti a Kreuziger, che c’ha provato con la squadra giù dal Culmine San Pietro, saluti a Hesjedal, che ha lottato ma ha dovuto alzare bandiera bianca, saluti a Basso, che tanto non ci prova mai perché aspetta la terza settimana. Purito di nuovo in rosa, Purito ora il favorito numero uno al successo finale, perché sta dimostrando forza e carattere, tenuta e scatto. L’eroe di giornata però non può essere che Rabottini, che è pure caduto giù dal Culmine, si è rialzato, ha continuato come niente fosse, è stato solo tutto il giorno con Scinto che gli urlava “vai che ce la fai, vai che ce la fai”. Alla fine successo di tappa e maglia azzurra. Seconda vittoria in carriera, entrambe ottenute dopo una fuga lunghissima. Chapeau. Continua a leggere…

Dodicesima tappa: Milano – Pian dei Resinelli – Milano (prima parte)

Cielo scuro e incazzato che minaccia pioggia, che gravita lugubre su di una città ancora mezza addormentata, perché è domenica e il campionato di calcio è già finito. Oggi si sale ancora, ma poco, giusto fino ai 1280 metri del Pian dei Resinelli, pochi chilometri sopra Lecco. È più caldo di ieri e ci vuole poco, ma quel cielo non promette niente di buono. Lo guardo, so che mi creerà problemi. L’ombrello ce l’ho, la cerata nemmeno a parlarne. Sono partito con il caldo e con il sole e non sono abbastanza pragmatico per progettare tutto in poche ore. Fa niente, speriamo in bene, che tanto a pensar male c’è sempre tempo.
Cinque minuti fuori da Milano e inizia a piovere a dirotto. “Eccheccazzo ce bagnamo tutti. Li mortacci sua”. Diego è seduto davanti a me, sta tornando a Lecco dopo una serata a Milano. “Sono di Roma, ma lavoro qua in banca. M’hanno trasferito, non è male perché si alzano più soldi, però me manca Roma, me manca un sacco”. Capisco perché. “C’ho trent’anni e non è facile annassene da casa tua, non che abitassi ancora con mammà ma qua ar nord è tutta ‘n’artra cosa”. È da un anno e mezzo che vive a Lecco e non si trova male, la città è pulita e tranquilla e si vive bene perché c’è il lago e la montagna e “a me me piace annà in montagna a camminà”. Il ciclismo lo annoia, preferisce il calcio e soprattutto la Maggica: “me la vado a vedè ogni volta che viene a Milano. Quest’anno è stata dura, è stata un’annataccia. Me dispiace però che Luisserriche se ne sia annato. Era ‘na brava persona, però il calcio è così e se non vinci te tocca cambià, a’ssoria a scrivono i vincitori”. Continua a leggere…

Undicesima tappa: Torino – Breuil-Cervinia – Milano (terza parte)

Fondovalle. Châtillon che sovrasta la stazione, la montagna che sovrasta Châtillon. Il paese è vestito a festa, pieno zeppo di palloncini rosa, di nastri rosa alle porte, pronto per accogliere il Giro. C’è freddo, tira aria di neve e pioviggina. Ho davanti a me 27 km in salita e la voglia di farne nemmeno uno. Sono fortunato. La macchina di Eurosport si ferma al mio segnale di autostop e mi carica su. Alla guida c’è Philippe Célières, al suo fianco Andrea Melloni che avevo già conosciuto a Montecatini, che è un amante delle scatto-fisso, che è emiliano ma da una vita a Milano. La strada è larga, Philippe guida bene e veloce, sorpassa quando può. Fuori c’è uno spettacolo di verde, alcuni laghetti, uno certamente artificiale. Lungo la strada molti spettatori, molti anche i ciclisti che affrontano la salita, che faticano, ma che salgono e salgono, chi sui pedali, chi seduto, chi più velocemente, chi attaccato al manubrio ad imprecare. In cima sono 2001 metri sul livello del mare. La neve ancora si vede nella vallata e lungo i pendii dei monti e un cielo cupo minaccia di buttar giù tanta acqua da riempire il piano di Breuil-Cervinia. Vado a mangiare e si mangia bene. Mi finirei l’intera forma di Toma, ma troppo formaggio non mi appesantisce e cerco di limitarmi. Castagne e miele, salumi. Ben fatto.
Fuori fa un freddo cane. Ci sono 6 gradi e io non ero pronto a queste temperature, per fortuna Davide, detto Labionda, detto Lenin, mi ha prestato un pile che quantomeno non mi fa morire causa ipotermia. Continua a leggere…

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