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Quarta tappa: Pescara – Rocca di Cambio – Roma (seconda parte)

La zona dell’arrivo è già frenetica, la diretta partirà tra poco e la sala stampa è già abbastanza piena. Il tempo è buono per andare a mangiare anche perché il tragitto di oggi è stato lungo e la camminata mi ha aperto lo stomaco. Troviamo arrosticini e pasta e fagioli, Pecorino e affettati locali. Tutto ottimo. Gianni Mura avrebbe apprezzato.
Lo stomaco pieno e la passeggiata zaino in spalla mi affossano, andrei a dormire, ma voglio vedere ciò che mi sta attorno, la tappa sta per entrare nel vivo e non voglio perdermela. E’ il primo arrivo in salita, qualcosa può succedere anche se sarà difficile, perché la strada è dolce e Milano distante. Faccio un giro per il paese e vedo anche qui i segni del terremoto. Un signore mi indica il punto nel quale sorgeva la vecchia scuola. L’hanno demolita qualche tempo fa. Mi indica crepe e fessure che un tempo non c’erano e sono state formate dalla terra che tremava. “È il mio paese, ho pianto a vederlo cadere. Qui si è salvato molto di più che a L’Aquila perché qui di cemento armato ne abbiamo usato meno”. Sorride e torna a casa perché è l’ora delle medicine.
Continuo a girovagare, un signore mi ferma e si complimenta per il movimento Salva i ciclisti (porto con me sempre il logo sullo zaino). “Io sono stato preso sotto da una macchina quando stavo a Roma. Mi sono rotto un polso e una spalla, per fortuna però te lo posso raccontare, sono stato in coma due giorni, ma sono qui e sono vivo”. E’ un ex professore di storia, abita a Civita di Bagno, il suo paese natale, ha settantadue anni e gira ancora in bicicletta, anche “se qua su ci sono venuto in motorino perché non so se il mio cuore reggeva allo sforzo”. A Roma non ci ritorna da due anni, mi chiede se è cambiata, gli rispondo che era meglio prima, ma che in fondo è sempre la stessa, sempre caotica, sempre magica. Mi racconta che vorrebbe scrivere un libro su questa zona, ma che non ha mai tempo perché adesso è nonno e, oltre a due bambine, c’ha pure tre cani e una vigna a cui badare. Continua a leggere…

Quarta tappa: Pescara – Rocca di Cambio – Roma (prima parte)

Pescara e L’Aquila sono divise da 100 km di colline e montagnole più o meno alte. Ci vogliono però quasi due ore e mezzo di viaggio, perché non c’è collegamento diretto e bisogna obbligatoriamente passare per Sulmona. La Roma-L’Aquila-Pescara era un progetto ottocentesco per collegare il Tirreno all’Adriatico. Un progetto mai realizzato, come tanti in Italia; un progetto rimasto solo sulla carta perché in mezzo ci sono le montagne ed è più facile girarci attorno che passarci in mezzo. Così la ferrovia l’hanno fatta passare per Sulmona e da questa cittadina è sorta una seconda linea che raggiunge L’Aquila e termina a Terni. Il grosso problema di questa tratta è l’esistenza di un unico binario buono per entrambi sensi. Negli anni ’80 si parlò della costruzione del secondo binario, ma tutto finì con un niente di fatto. E la gente per raggiungere L’Aquila preferisce continuare a utilizzare i pullman, che sono più veloci e che non partono ogni due ore.
Lascio una Pescara che si prepara per la sfida calcistica dell’anno, con il Torino, pazza di un boemo, Zeman, e per una squadra che gioca all’attacco, fa divertire e prova a centrare una promozione in serie A che fino all’anno scorso era una chimera. È sabato, il treno è vuoto e nello scomparto con me ci sono solo una decina di persone. Il viaggio va via bene. Scendo a Sulmona e mi dicono che qui si mangiano i migliori confetti di Italia, “anzi, del mondo”. Bevo un caffè al bar della stazione, forse il caffè più cattivo che ho mai buttato giù. Al binario 1 una rondine mi ricorda che non vedo una rondine da almeno quattro anni. A Roma non mi è mai capitato di vederne, forse ci sono, ma non si fanno vedere. Da piccolo vedere una rondine era per me normale. Sul condomino di fronte a casa mia c’erano cinque o sei nidi, col tempo diminuirono, adesso non saprei se ci sono ancora, non c’ho fatto più caso. Rimango a guardarla. Il treno arriva. Continua a leggere…

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