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Undicesima tappa: Torino – Breuil-Cervinia – Milano (prima parte)

Torino la lascio il mattino e non so quando la rivedrò. Mi è piaciuta, è una città a misura d’uomo, grande ma non enorme, ci si può camminare e ci si può girare in bici, almeno a quanto mi hanno detto, ma l’ho vista a maggio, che dovrebbe essere primavera, “ma qua piove quasi ininterrottamente da una mese circa”. Maria è una signora sulla cinquantina, torinese che ama la sua città, che non la vorrebbe lasciare mai, “nonostante per anni è stata rovinata da politicanti che si sono interessati un po’ troppo agli affari loro e un po’ meno a quelli della città. Si è messa a posto un po’ con le Olimpiadi, ci sarebbe ancora da migliorare, ma tutto sommato va bene così”. Fassino? “Per ora non ha rovinato niente, è già qualcosa”. L’ha stessa domanda l’ho fatta a Davide, detto Labionda, detto Lenin, che è qui da poco, ma lavorando in giornale probabilmente qualche sentore di come va la città l’ha percepito. “È magro”, ha risposto.
A Cervinia ci si arriva in un modo solo, che poi in realtà sono due: due treni, cambio a Chivasso o Ivrea, poi sino a Châtillon. Il problema è che se vuoi partire a metà mattina non puoi. “Hanno eliminato il treno di mezzo per Chivasso. O alle 8, se sei un lavoratore, o a mezzogiorno. Moretti ha tagliato i fondi regionali, l’amministrazione ha tagliato i treni e i viaggiatori si tagliano le palle”, mi dicevano ieri in stazione. Poco male. Alle 10:00 c’è un pullman che porta a Ivrea, coincidenza di mezzora con il treno, buona per non rimanere fregato da eventuali e possibilissimi ritardi. Quando si viaggia in Italia questa ipotesi va sempre presa in considerazione perché c’è sempre la possibilità, più qui che altrove, che qualcosa vada storto. Se poi devi arrivare in un posto ad una certa ora e non sei del luogo e quindi non conosci l’andazzo generale è meglio che parti prima, che è meglio attendere piuttosto che dover annullare l’appuntamento per cause di forza maggiore. Continua a leggere…

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Decima tappa: Torino – Cervere – Torino (seconda parte)

La fuga va via dopo 1500 m dalla partenza di Savona. La lancia il solito Martijn Keizer della Vacansoleil, lo segue Failli della Farnese. Per l’olandese al traguardo di Cervere saranno 612 km in avanscoperta in questo Giro d’Italia. Ha 24 anni, coraggio e 10 corse minori vinte in carriera. È 156° in classifica generale a un’ora e mezza dalla maglia rosa, ma ci prova sempre e non molla mai.
A 21 km dall’arrivo i due vengono ripresi, il gruppo continua veloce guidato dagli uomini della Sky, della Saxo Bank e della GreenEdge. Ai -6, in un tratto in leggere ascesa, ci provano Berard, Felline e Vermote. Ma è tentativo destinato a spegnersi presto ed infatti ai meno tre il gruppo ritorna compatto e lo sprint è una matematica certezza. Il lungo rettilineo facilita il gioco delle squadre dei velocisti, la volata parte ed è un assolo di Cavendish, che vince e mostra il numero tre con le dita. Tre come le vittorie in questa edizione della corsa, tre come i metri che dà al secondo, il norvegese Kristoff, che è sprinter affidabile e costante. Sempre piazzato, mai che dia l’idea di potercela fare. Peccato, ma il ciclismo è così, vince uno solo, per gli altri fatica e piazzamenti se va bene. Terzo Renshaw, quarto Modolo, a un passo dal podio di giornata, poi Favilli, sorpresa, sesto Goss, delusione. L’arrivo me lo guardo in mezzo alla gente, ai cento metri dalla linea bianca del traguardo. I ciclisti passano in un attimo, sono fulmini a pedali, ti accorgi che arrivano dal vento che muovono, li vedi passare in un bagliore di colori, poi è tutto finito, ma è uno spettacolo, un quadro in movimento. Continua a leggere…

Decima tappa: Torino – Cervere – Torino (prima parte)

La tappa per i ciclisti parte da Savona, la mia da Torino. Sole non ce n’è, è coperto da foschia e nubi. Davide, detto Labionda, detto Lenin, mi sveglia a cuscinate. Buongiorno. Colazione, poi usciamo per le strade del centro. Torino ha vie grandi, grandi palazzi, un’aria ottocentesca seria e imponente. Torino è una città che si specchia sul Po e riflette le montagne, che si sente bella e potente di un passato glorioso, che guarda con sarcasmo al proprio futuro. Torino che è sabauda e capitale a parole, regia e distante da questa epoca, ma attuale e alla moda. I suoi corsi spaziosi e alberati, le piazze di bar e caffè, i portici che coprono negozi chic e donne kitsch. Torino è un riverbero continuo che ti socchiude gli occhi, che ti impone occhiali da sole anche quando è nuvoloso, che quando c’è il sole diventa accecante, che è verde ma non te ne accorgi, che è montagna ma solo da lontano. Torino che è Fiat, ma solo una volta.
Torino è fascinosa ed elegante. Elena mi descrive luoghi e piccole storie, Davide, detto Labionda, detto Lenin, racconta la sua di storia, che è la Torino vista da uno juventino che ha vissuto in questa città l’ultimo scudetto bianconero, mannaggia, il ventottesimo comunque. Piazza Vittorio è luogo pieno di tifo, di coppa alzata alla folla, del saluto del capitano, del suo inchino, del suo commiato. Di alcool e applausi, di cori contro il Toro e l’Inter, di “chi non salta rossonero è” e “più quattro, il gol di Muntari non avrebbe cambiato un cazzo”. Continua a leggere…

Nona tappa: Firenza – Sestri Levante – Torino (seconda parte)

Calda e colorata, un mare limpido, calmo. Sestri si specchia sul Tirreno, come sempre. La gente attende la corsa rosa dal 2006, c’è attesa, gioia, festa. L’ultima volta vinse Horrach, era la 12° tappa del primo Giro di Ivan Basso: partenza da Livorno, 171 km piatti all’inizio, movimentati nel finale. In fuga ci vanno in 14, sull’ultima salita, il Valico di Guaitarola, partono Mori e Sella, prendono un buon margine, sembrano destinati a giocarsi la vittoria, poi la discesa e due cadute frenano la coppia di testa. Mori addirittura ruzzola fuori dal guardrail, Sella ci impatta. Li raggiungono Baliani, Belli, Engels, oltra allo spagnolo della Caisse d’Erpaigne. Quest’ultimo se ne resta sornione, controlla, poi con un allungo all’ultimo chilometro beffa tutti. Gruppo a oltre 7’. Classifica rimescolata, ma non tra i big, che si controllano, fanno qualche scatto, ma niente di che.
Il Quartiertappa è in una scuola, fuori un campetto da calcio nuovo di zecca, qualche giornalista che gioca blandamente. Arrivo al rinfresco ma è già tutto finito, c’era poca roba, mi dicono che il Comune non investito granché, che ha elemosinato qualcosa tra i forni del paese. La focaccia è buona, ma non riempie. Esco a farmi un giro per il paese. Due baie, al centro un promontorio e poi case in stile ligure. Fa caldo, ma l’aria di mare è piacevole e rende innocui i raggi del sole. Gli albergatori si lamentano della crisi del turismo, i commercianti si lamentano della crisi del turismo, la gente si lamenta delle lamentele di tutti. Meno male c’è il Giro, che è un buon diversivo per non pensare alle noie di tutti i giorni. Due ragazzi mi raccontano che Sestri è una città record: 6000 patenti ritirate in due anni per tasso alcolico fuori norma, un milione di euro di incasso. Pochi soldi alla comunità.
In sala stampa è in corso la presentazione della nuova pubblicazione de ‘La Gazzetta dello sport’ sulla storia del Giro d’Italia. Marco Pastonesi, Pier Bergonzi e Claudio Gregori presentano l’opera con un ospite d’eccezione: SuperMario Cipollini. L’ex campione del mondo e recordman di successi nella corsa rosa parla, discute di ciclismo, della corsa che si sta muovendo per il paese, di Cavendish, suo erede ma nemmeno troppo. Si lamenta per il poco coraggio degli atleti, per una corsa un po’ monotona, per la mancanza di un vero leader carismatico. Com’era lui, come lo è ancora. Lo vedi parlare e capisci di avere di fronte un capo naturale, non per arroganza o vanagloria, ma per carattere e personalità. Interviste di rito, spazio per i fotografi, poi si presta con gentilezza a farsi ritrarre con il logo di Salva i ciclisti: lui ciclista lo è stato, ciclista lo è ancora, in bici ci va regolarmente e se la carta d’identità non dicesse 42 anni, non te ne accorgeresti nemmeno che sono ormai 5 anni che non domina le volate. Una carriera durante la quale ha vinto tutto quello che uno sprinter può vincere: 189 vittorie, 42 tappe al Giro, 12 al Tour, 3 alla Vuelta, una Milano-San Remo, una Gand-Wevelgem. Da piccolo me lo ricordo che sovvertiva l’immagine del ciclismo, la svecchiava: maniche arrotolate alla spalla per evitare l’abbronzatura da muratore, tutine con fantasie strambe per stupire, caschi aerografati come i motociclisti, bici sgargianti, modi di fare fuori dalla norma. Ricordo il body da cronometro che ritraeva le fasce muscolari, quello leopardato. Stile, un po’ tamarro certo, ma terribilmente diverso da quello dei suoi colleghi. Continua a leggere…

Quarta tappa: Pescara – Rocca di Cambio – Roma (prima parte)

Pescara e L’Aquila sono divise da 100 km di colline e montagnole più o meno alte. Ci vogliono però quasi due ore e mezzo di viaggio, perché non c’è collegamento diretto e bisogna obbligatoriamente passare per Sulmona. La Roma-L’Aquila-Pescara era un progetto ottocentesco per collegare il Tirreno all’Adriatico. Un progetto mai realizzato, come tanti in Italia; un progetto rimasto solo sulla carta perché in mezzo ci sono le montagne ed è più facile girarci attorno che passarci in mezzo. Così la ferrovia l’hanno fatta passare per Sulmona e da questa cittadina è sorta una seconda linea che raggiunge L’Aquila e termina a Terni. Il grosso problema di questa tratta è l’esistenza di un unico binario buono per entrambi sensi. Negli anni ’80 si parlò della costruzione del secondo binario, ma tutto finì con un niente di fatto. E la gente per raggiungere L’Aquila preferisce continuare a utilizzare i pullman, che sono più veloci e che non partono ogni due ore.
Lascio una Pescara che si prepara per la sfida calcistica dell’anno, con il Torino, pazza di un boemo, Zeman, e per una squadra che gioca all’attacco, fa divertire e prova a centrare una promozione in serie A che fino all’anno scorso era una chimera. È sabato, il treno è vuoto e nello scomparto con me ci sono solo una decina di persone. Il viaggio va via bene. Scendo a Sulmona e mi dicono che qui si mangiano i migliori confetti di Italia, “anzi, del mondo”. Bevo un caffè al bar della stazione, forse il caffè più cattivo che ho mai buttato giù. Al binario 1 una rondine mi ricorda che non vedo una rondine da almeno quattro anni. A Roma non mi è mai capitato di vederne, forse ci sono, ma non si fanno vedere. Da piccolo vedere una rondine era per me normale. Sul condomino di fronte a casa mia c’erano cinque o sei nidi, col tempo diminuirono, adesso non saprei se ci sono ancora, non c’ho fatto più caso. Rimango a guardarla. Il treno arriva. Continua a leggere…

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